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BioplaMinerv PHA: la prima bioplastica made in Italy è firmata Bio On. Ce ne parla Marco Astorri

astorriCreare la prima plastica biodegradabile in acqua al 100%. A riuscirci è stata Bio On, la start up nata nel 2007 nella Pianura Padana, con uno scopo già ben definito: quello di “dare vita a prodotti, impianti e soluzioni completamente naturali ottenuti al 100% da fonti rinnovabili o scarti della lavorazione agricola”.

Per capire di cosa si tratta, GreenBiz.it ha intervistato Marco Astorri, socio fondatore dell'azienda, e gli ha fatto alcune domande su come sia stato possibile raggiungere risultati sorprendenti in un lasso di tempo così breve.

Abbiamo di fatto approcciato il problema dei materiali innovativi senza avere alcuna esperienza del settore chimico”, ci spiega Astorri “ e questo ci ha consentito di osservare i processi con uno sguardo esterno. Abbiamo semplicemente scelto quello che c'era di meglio da fare con i fondi che avevamo a disposizione, avendo come interesse quello di sviluppare materiali ecocompatibili. Indipendenti dal punto di visto economico, siamo stati in grado di individuare rapidamente sulle quali lavorare, forti della volontà di fare qualcosa di diverso. Ci spaventa solo un po' l'essere riusciti a toccare risultati che molte multinazionali non sono ancora riuscite a raggiungere”.

Ed è con questo spirito che Bio-on ha creato MINERV PHA, il biopolimero ottenuto dagli scarti della lavorazione di barbabietola da zucchero.

GB: A poche settimane dal lancio di questo nuovo e rivoluzionario materiale, quali reazioni avete percepito? La certificazione ottenuta è stata attribuita da  un ente belga, Vinçotte. Quale accoglienza ha invece ricevuto Minerv Pha Sc in Italia?

M.A.:“In Italia e nel mondo, fin dalla prima certificazione ottenuta nel 2008, abbiamo ricevuto un'accoglienza eccezionale. Non abbiamo mai contattato noi nessuna azienda ma tutti, nei settori più disparati, sapevano già di cosa si trattava e ci hanno contattato per il prodotto. C'è una grande sensibilità e la volontà di utilizzare nei prossimi anni materiali biodegradabili. Inoltre, MINERV PHA si presta a una quantità enorme di utilizzi grazie alla sua marcata versatilità”.

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GB: Le vostre plastiche biodegradabili hanno il grande vantaggio di non essere prodotte da materie destinate all’alimentazione. Quanta importanza ha questo aspetto nella sostenibilità complessiva di Minerv Pha Sc?

M.A.:“Per noi ha un'importanza primaria insieme ad altri punti. Quando nel 2007 abbiamo deciso di fare questo investimento, ci siam riproposti di non utilizzare mai materie prime di uso alimentare, lo troviamo insensato. Ci sono già tanti scarti agricoli da utilizzare. Noi siamo contro la modificazione genetica, non modifichiamo né batteri né piante perché lo troviamo costoso e instabile. Per questo non abbiamo voluto utilizzare questo percorso. Fin dall'inizio per noi tutto il processo produttivo doveva essere completamente green. Quindi abbiamo deciso di non utilizzare solventi chimici, la produzione si basa soltanto sul vapore e sulla parte meccanica. Il processo di estrazione del polimero tramite i batteri - in maniera assolutamente naturale – ha dell'incredibile. Si parte da uno scarto agricolo come il succo della barbabietola da zucchero e lo si dà in pasto ai batteri che all'interno delle proprie membrane cellulari lo tramutano in un poliestere completamente naturale e biodegradabile. Dopo l'estrazione, ciò che resta del batterio, può essere dato da mangiare ai nuovi fermenti. Insomma, per la prima volta è possibile produrre plastica da scarti senza generare scarti. Il riciclo e la biodegradabilità, che avvengono già in natura, vengono così riapplicati a livello industriale”.

GB: Si parla spesso, nel nostro Paese, della difficoltà di dare vita a progetti innovativi. A vostro parere, lavorare sui materiali ottenuti da fonti rinnovabili è più difficile in Italia che altrove, o tutto sommato esiste un contesto favorevole alla creazione di nuove imprese che operano nel settore?

M.A.: “Da un lato, in Italia ci sono le risorse intellettuali, i lavoratori e la  tecnologia necessari al campo dei biomateriali. C'è una grandissima intelligenza e disponibilità di persone che hanno messo a punto processi fermentativi da decenni. D'altro canto, dal punto di vista legislativo, politico e amministrativo non c'è nessun tipo di sensibilità. Chiunque parta oggi per fare innovazione deve essere consapevole delle difficoltà ad ottenere fondi da banche ed enti pubblici. Paradossalmente, è più semplice trovare qualcuno che possa essere interessato allo sviluppo di questo tipo di attività nel settore imprenditoriale o agricolo. Insomma, c'è più voglia di investire in ricerca da parte di gruppi di agricoltori piuttosto che da banche”.

GB: Un'ultima domanda di respiro più ampio: dovendo immaginare lo sviluppo economico dell'Italia di domani, che ruolo pensata possa avere la green economy?

M.A.:“Potrebbe avere un ruolo primario, abbiamo competenze e intelligenze, anche per quanto riguarda la parte tecnologica: dall'estero vengono da noi per mettere a punto alcuni processi che sono eccellenti in Italia (anche se non valorizzati). Purtroppo il feudalesimo latente delle nostre istituzioni e la mancanza di un vero coordinamento fa sì che ce la possa fare solo chi si arrangia, non c'è una visione complessiva. Se fossi una persona con maggiori possibilità economiche punterei sull'innovazione sull'area green in Italia. Esistono grandi brevetti da sviluppare, ma manca il contesto adeguato”.

Doris Zaccaria

 

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