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immagineGiovedì 23 il Consiglio d'Europa ha reso nota la nuova politica comunitaria in materia di energia, il nuovo pacchetto clima al 2030.

Soluzioni deludenti e poco incisive per limitare l'aumento globale delle temperature sfruttando i benefici delle energie pulite. Ma non tutti sono d'accordo su questo punto. L'Europa ha ancora una chance per non finire nel baratro delle fonti fossili e per rilanciare l'economia verde.

Secondo Martin Schoenberg, a capo del settore ricerca del ThinkTank Team di Climate Change Capital, l'accordo potrebbe anche essere visto come un successo, data la resistenza posta fino alla fine anche nei confronti di target meno ambiziosi, perché mostra che i leader europei non hanno dubbi sul fatto che il cambiamento climatico sia una minaccia esistenziale e per questo va affrontato.

Tuttavia, vi è un grande punto interrogativo su come questo obiettivo possa essere raggiunto senza obiettivi vincolanti a livello nazionale. Se paesi come la Polonia rimangono saldamente attaccati alle fonti fossili per una pura questione di convenienza economica, altri come la Germania potrebbero addirittura fissare i propri obiettivi al di sopra dei livelli stabiliti dall'Europa.

E gli investitori? Essi hanno bisogno di certezza a lungo termine prima di mettere a disposizione grosse cifre per decarbonizzare il nostro approvvigionamento energetico e rinnovare le infrastrutture. Ecco in 4 punti come il pacchetto clima energia potrebbe essere considerato un'opportunità e non un fallimento, secondo Schoenberg.

1) Maggiore libertà per gli Stati

Prima di tutto, i nuovi target accrescono il ruolo e le responsabilità dei governi nazionali nei confronti degli investitori. Essi avranno la possibilità di delineare delle regole incisive per favorire le politiche di sostegno a favore delle tecnologie pulite. Ogni Stato membro può infatti decidere quanto a promuovere le fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, e come raggiungere il suo obiettivo vincolante in settori non coperti dal sistema ETS.

Gli investitori possono ricevere certezze dalle politiche a livello nazionale, anche se non sono sostenuti da procedure di infrazione dell'UE ma solo se queste politiche sono a lungo termine e credibili”, spiega. Ce la farà l'Europa a non far accrescere il divario tra i paesi nell'attrarre investimenti a basse emissioni di carbonio? L'Italia su questo fronte non sembra aver intrapreso la strada migliore. È stato introdotto durante l'estate lo Spalma incentivi, che taglia retroattivamente gli aiuti già concessi per il fotovoltaico e le altre rinnovabili. Marcia indietro per il Bel Paese.

2) Opportunità per l'Europa di dimostrare che si può agire insieme

Molti governi europei sono stati colpiti dalle conseguenze impreviste delle politiche energetiche dei loro vicini. I paesi con elevate quote di energia rinnovabile stanno già utilizzando le reti di trasmissione dei paesi limitrofi, causando problemi, perché alcune continuo ad utilizzare fonti fossili. Un approccio europeo coordinato vedrebbe più reti costruite tra i paesi e maggiore flessibilità.

3) Interconnessione

Il terzo vantaggio è legato al precedente punto. Accelerare l'introduzione dell'interconnessione dopo il 2020 permetterebbe di risparmiare miliardi di euro. Ciò garantirà che quote più elevate di energie rinnovabili possano essere assorbite dalla rete

4) Snellire le proprie strategie energetiche

Infine, l'UE dovrebbe alleggerire le proprie politiche e focalizzarle meglio attorno a tre pilastri principali: il quadro clima-energia 2030, la risposta alla crisi Ucraina e degli orientamenti che possano determinare quale tipo di sostegno per le energie rinnovabili sia ammissibile. Queste tre strategie dovrebbero essere accomunate dalla necessità di affrontare i cambiamenti climatici come una delle principali preoccupazioni del Terzo Millennio.

Francesca Mancuso

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