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Fort McKay sembra soltanto un puntino sulle cartine, situato nella provincia di Alberta, Canada. Eppure è uno dei siti più inquinanti del mondo, dove la comunità si è prima arricchita e poi ha subito le conseguenze della presenza di petrolio. E non si torna indietro.

Stiamo parlando di un raggio di 25 miglia, dove 21 progetti con capacità fino a oltre 3 mila barili di petrolio al giorno sono in fase di approvazione o produzione. Altri 20, per una capacità totale di circa 1,6 mila barili al giorno sono in fase di pianificazione. Cece Fitzpatrick ha cercato di aggrapparsi a quella che ha visto come ultima chance per McKay e ha deciso di candidarsi.

Chi vive nei dintorni ogni giorno ascolta, odora e tocca con mano cosa significa estrarre petrolio. Anche dentro casa. Nei giorni peggiori sembra che l’unico odore esistente sia quello della pipì di gatto. Lo dice la stessa Cece Fitzpatrick.

Qui infatti si concentrano le sabbie bituminose che rappresentano una delle maggiori fonti di inquinamento che stanno soffocando il Pianeta. Anche dopo la caduta dei prezzi del greggio, il Canada ha fatto registrare esportazioni da record e il governo si aspetta un aumento significativo della produzione legata alle sabbie bitumonose.

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Da un lato, il petrolio ha fatto arricchire qualcuno, dall’altro ha inquinato le acque dell’Athabasca River. Lo scorso anno i ricercatori hanno confermato la presenza di tassi altissimi di patologie come il cancro alla cervice e al dotto biliare tra le comunità che hanno pescato nel fiume o cacciato nei territori attorno.

Ecco perché Cece ha deciso di scendere in campo. “Troppo è troppo. Quando ci fermeremo e diremo ‘guardiamo al futuro dei nostri figli’? io non voglio che le persone abbiamo figli se il nostro futuro qui è così sconfortante. Non vogliamo più vivere qui”, dice Cece.

Lo sfidante è da sempre Jim Boucher, in carica da anni, che sostiene come il petrolio di Fort McKay abbia salvato la comunità dalla sorte di quelle vicine: la povertà. Senza petrolio “sarebbe una delle tante comunità del Nord. Non abbiamo economia, nessuna prospettiva occupazionale, nessun progetto”, precisa Boucher.

In effetti a Fort McKay non ci sono ristoranti, c’è un solo negozio che nemmeno vende frutta o ortaggi, l’ufficio postale è in un caravan, le lettere arrivano “nel giorno di consegna”. L’edificio che spicca è quello in legno e vetro, tutti sanno cosa sia. In questo scenario, Jim Boucher, lo scorso anno ha guadagnato circa 644 mila dollari canadesi. Alcuni residenti guadagnano fino a 100 mila dollari lavorando per le compagnie petrolifere o per quelle dell’indotto. Anche Cece per un po’ ha lavorato per loro.

In corrispondenza di uno dei confini del villaggio, sono sorte le case nuove. In molti hanno camper, quad e barche parcheggiate nei viali. Ma altri vivono ancora nelle vecchie case dell’era pre-petrolio e dicono che sono stati tagliati fuori dalla cerchia che ha ottenuto un salario dignitoso. Alcuni vivono grazie al sostegno pubblico.

“Le persone che traggono benefici dall’industria petrolifera sono sostanzialmente persone che vengono da fuori. Abbiamo una manciata di residenti che lavorano per loro. Non abbiamo una strada decente su cui passeggiare, non abbiamo alberi rigogliosi, io cerco di non pensarci perché mi preoccupo dei miei nipoti”, dice Cece. Per anni Cece è stata un membro del “band council” e ha tentato di spingere Boucher a creare più posti di lavoro per la popolazione locale.

4 anni fa, alle ultime elezioni, è arrivata ad un passo dalla vittoria. Così, stavolta ha stampato poster e inserito in un programma anche il salario di Boucher e degli altri membri del consiglio. I due rivali sono peraltro cugini, hanno entrambi 59 anni e ricordano bene cosa accadeva in quei luoghi prima del boom del petrolio. Fino agli anni Sessanta, Fort McKay era popolato da persone che vivevano di caccia, vendevano pelli.

L’unica strada fino a Fort McMurray in inverno si percorreva solo grazie ai cani da slitta e su chiatte l’estate. Poi la Suncor Energy ha costruito il primo grande impianto (sostenibile). Anche il padre di Cece ne è stato a capo, sostituito poi dalla sorella. In quel periodo ci si opponeva all’industria petrolifera e si erano raggiunti accordi finanziari più favorevoli. Attorno al 1996 Fort McKay ha ceduto all’idea di lavorare con quell’industria per trarne benefici.

Secondo il governo di Alberta, le sabbie bituminose sono la terza riserva dopo l’Arabia Saudita e il Venezuela. Ci sarebbero circa 168 mld di barili. E serve moltissima energia per estrarre questo petrolio, più inquinante rispetto a quello “tradizionale” fino a 4,5 volte.

5 anni fa, l’IEA ha dichiarato che la produzione da sabbie di questo topo dovrebbe arrivare al massimo a 3,3 mila barili al giorno entro il 2035 per evitare cambiamenti climatici disastrosi. Ma in Canada si è già approvata una produzione che ha come limite i 5 mila barili al giorno, anche se ha dovuto accettare di ridurre del 20% al 2020 le emissioni. 4.800 km quadrati di foresta sono stati abbattuti per lasciare il posto a depositi di bitume.

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Al di là dei dati, resta la visione oggettiva di quanto è accaduto a Fort McKay, dove le foreste sono state ridotte ad una sottilissima riga malata. Molte specie vegetali hanno alla fine ceduto e le sostanze chimiche – al di sopra di 2-3 volte i livelli consentiti in Europa – hanno ucciso la fauna acquatica. Si vedono alcuni alberi ormai piegati fino ad essere quasi paralleli al suolo.

Li chiamano “drunk trees” qui. Nessuno più caccia, nessuno più pesca. Persino le erbe medicinali che venivano utilizzate dalle popolazioni locali e i mirtilli si trovano ricoperti da una spessa polvere. Sono raccomandate docce veloci e, naturalmente, l’acqua che si beve è quella in bottiglia.

Cece ha perso per 21 voti alle ultime elezioni.

Anna Tita Gallo

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