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usaminieracarboneLa Peabody Energy, il più grande colosso del carbone, vacilla sull’orlo della bancarotta, e sono iniziate a circolare narrazioni quasi poetiche sulla fine di un’era. Ma non è semplice per le comunità che per decenni hanno vissuto di carbone e ora portano i segni della presenza delle miniere e dei loro veleni. Ecco un’analisi dagli Usa.

Sicuramente è vero che fracking e gas naturale hanno messo in ginocchio il carbone, ma è anche vero che si tratta di un settore spesso nemico delle stesse terre delle quali si nutre. Con la complicità dei governi.

Negli Usa il presidente Barack Obama ha proposto il Power Plus Plan con progetti di riforestazione e di riconversione di aree destinate per decenni all’estrazione di carbone, considerando anche nuove opportunità di lavoro per i nuovi disoccupati frutto del tracollo del settore. Ma le comunità che vivevano di carbone hanno pagato con la salute e la vita quei decenni di estrazioni.

Non è semplice uscire da quel tunnel. Ecco perché - scrive Jeff Biggers sulla sua analisi per EcoWatch – per ripagarli non saranno mai sufficienti programmi sociali. Sarebbe invece più opportuno che quelle persone fossero in prima fila nella transizione verso le rinnovabili, l’efficienza energetica e verso un nuovo modello di aziende che basino il proprio business sul cibo e sull’agricoltura locali, ad esempio.

In altre parole, occorre andare oltre le misure istituzionali, oltre i piani governativi. Occorre parlare di diritti umani perché spesso è una vera crisi umanitaria, considerate questioni come l’incidenza altissima di tumori nelle aree delle miniere, le patologie riscontrate alla nascita e i problemi cardiaci tipici di chi ha vissuto e lavorato in quelle zone.

Non basteranno mai programmi studiati a tavolino calati dall’alto: si tratta di persone e aree che porteranno sempre i segni evidenti del carbone, così come li porterà l’ambiente in cui vivono. Segni e veleni. Malattie che si manifesteranno per intere generazioni. Chi pagherà per questo? Probabilmente nessuno. O meglio, chi sta pagando semplicemente fallisce perché il mercato ha deciso così, ma non sta pagando per colpe oggettive, per aver avvelenato ambiente, animali e persone. E intanto gli ambientalisti, com’è giusto che sia, si spostano altrove, dove ancora la battaglia è in corso.

Ma nelle terre dove le grandi miniere sono state chiuse regnano solo l’amarezza e lo squallore, insieme all’incapacità di dare un altro volto a territori profondamente modellati su quel tipo di industria, incapaci di darsi da soli una nuova identità.

Anna Tita Gallo

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