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operaipannelliUn tempo le tecnologie europee per il comparto delle energie pulite erano molto forti sul mercato, poi recentemente abbiamo assistito ad un declino degli investimenti low-carbon in Europa.

Uno dei motivi è sicuramente l’espansione delle rinnovabili nel mondo, con Paesi come la Cina che investono pesantemente. Tornando indietro anche solo al 2010, l’Europa realizzava il 45% degli investimenti (dati Bloomberg New Energy Finance). Ma dopo un picco di investimenti nel 2011 (132 mld di dollari), sono calati al 18% quelli totali nel mondo nel 2015.

Colpa della crisi finanziaria? Secondo analisti come Michael Liebreich, chairman di BNE, bisogna aggiungere fattori come le preoccupazioni degli investitori persino sulla sopravvivenza dell’euro, che ha portato ad esitare al momento di puntare su progetti energetici in cui proprio l’euro era la moneta principale.

E poi ovviamente parte delle responsabilità sono dei governi degli Stati membri, che hanno fatto retromarcia sui sussidi per le rinnovabili. Anche le aziende dell’Ue hanno sofferto il declino generale. Da leader nella produzione di pannelli solari fino a metà degli anni Duemila, ora non compaiono nemmeno nella top 10 globale dei produttori. Lo scorso anno è stata cinese anche la regina delle turbine eoliche (la Goldwin). Conseguenza primaria, la perdita di posti di lavoro.

Secondo l’IREA, l’International Renewable Energy Agency, nel fotovoltaico europeo è andato perso nel 2013 un terzo dei posti di lavoro (è l’ultimo anno per il quale si hanno dati disponibili).

Per l’eolico invece si registra una crescita, ma lentissima, del 5% nel 2013, con posti di lavoro generati per oltre la metà in Germania. È vero anche che l’eolico ha avuto un certo successo nel 2015, con 24,6 mld di euro di investimenti, ma non durerà.

Dall’EWEA, European Wind Energy Association, Oliver Joy dice al Guardian: “La prospettiva per il 2016 non è affatto rosea, vedremo una flessione nelle installazioni e poi il futuro dell’offshore non è chiaro perché mancano progressi anche dal punto di vista di un’azione coordinata delle politiche in tutta l’Europa. Occorre un interesse politico a livello nazionale e comunitario, vale a dire una vision per le rinnovabili che copra il prossimo decennio”.

La speranza maggiore è proprio riposta nel mondo politico, ma a breve termine non si scorgono segnali di svolta, al di là degli accordi di Parigi di dicembre.

Gli ambientalisti criticano peraltro una certa tendenza delle istituzioni Ue a focalizzarsi sul gas piuttosto che sulle rinnovabili, nel tentativo probabile di far passare il messaggio (agli investitori in primis) che è possibile smarcarsi in parte dalla dipendenza da forniture estere poco stabili.

E intanto la Cina cresce. Lo scorso anno, secondo un report del think tank sui cambiamenti climatici E3G, ha investito 2 volte e mezzo in più rispetto a quanto gli europei abbiano investito in tecnologie pulite. Ironia della sorte, “20 anni fa, gli europei stavano ancora insegnando alla Cina come delineare leggi in materia di ambiente. 10 anni fa l’Europa ha visto nella Cina un mercato dove esportare prodotti green. Oggi la Cina domina l’economia globale nel settore delle energie pulite. Tocca all’Europa capire come stare al passo”, spiega in maniera eloquente Nick Mabey, chief executive di E3G.

Anna Tita Gallo

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