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shellarticoLa Shell conosceva benissimo i rischi legati ai cambiamenti climatici già nel 1991. Lo dimostrerebbe l’esistenza di un documentario di 28 minuti, “Climate of Concern”, realizzato per essere mostrato in scuole e università. Nella pellicola si mostrano i danni causati da eventi come allagamenti e siccità: carestie,  popolazioni che migrano e tanti altri risvolti che oggi sono realtà a causa della corsa alle fonti fossili.

Nel documentario peraltro viene detto che il monito trova consenso tra gli scienziati che l’hanno portato all’attenzione dell’Onu a fine anni Novanta. Un altro report marchiato come “confidenziale” citato dal Guardian parla di incertezza generale sulla questione dei cambiamenti climatici al tempo, ma in tutti i casi avverte che i cambiamenti potrebbero essere i più grandi mai registrati nella storia”.

Tutte previsioni esatte, che nel 1991 trovano in quel documentario esempi legati all’innalzamento delle temperature e del livello dei mari, ma sempre parlando di Shell come una delle maggiori compagnie petrolifere ad aver ammesso questi rischi. Peccato però che poi abbia investito miliardi di dollari negli anni seguenti in trivellazioni ed esplorazioni nell’Artico, parlando del fracking come di “opportunità del futuro” nel 2016, malgrado i dati del 1998 indicassero quest’attività come non compatibile con gli obiettivi sul fronte climatico.

Inoltre, Shell recentemente si è posizionata nella lobby che tenta di far aggirare gli obiettivi fissati in Europa per le rinnovabili e si stima che abbia speso migliaia di dollari negli ultimi anni per agire contro le politiche a sostegno della lotta ai cambiamenti climatici. Gli investimenti sul fronte low carbon in confronto sono una miseria.

Anna Tita Gallo

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