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rinnovabili aziendePacchetto clima energia 2030, manca poco. Tra due giorni il Consiglio d'Europa dovrà esprimersi sui target volti all'aumento della quota delle rinnovabili, alla riduzione dei gas serra e alla maggior diffusione dell'efficienza energetica. Ma le posizioni dei singoli Stati, chiamati a rispondere davanti al continente, sono ancora molto distanti.

Coesione e accordo. Queste le parole che dovrebbero accompagnare gli incontri previsti per il 23 e 24 ottobre. Ma mentre da più parti si auspicano obiettivi vincolanti, da altre c'è chi è addirittura contrario a stabilire delle regole per salvare il clima, favorendo l'occupazione e rilanciando l'economia.

I leader dell'UE si incontreranno a Bruxelles entro questa settimana per cercare di raggiungere un accordo sul pacchetto, che abbia i seguenti target: la riduzione dei gas a effetto serra del 40%, l'aumento della quota di rinnovabili del 27% e il miglioramento dell'efficienza energetica del 30%.

Cifre e obiettivi che non tutti condividono. A partire dalla Polonia che ha già fatto sapere di essere contraria alla nuova politica energetica comunitaria. Ma dietro c'è l'interesse del paese di sfruttare le fonti fossili, soprattutto il carbone. A sostegno della sua posizione, il primo ministro polacco Ewa Kopacz ha affermato che l'attuazione del previsto taglio di CO2 del 40% aumenterebbe i prezzi del 120%.

Ma per paesi come Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovacchia e Bulgaria i target potrebbero essere ancora più importanti visto che essi sono completamente dipendenti dalle importazioni dalla Russia. Con conseguenze legate alla sicurezza energetica, alla luce di quanto accaduto con l'Ucraina.

Le tabelle che seguono mostrano le posizioni dei singoli stati per ciascun target. GG sta per "greenhouse gas emissions", ovvero emissioni inquinanti, EE sta per "energy efficiency", efficienza energetica, e R sta per rinnovabili.

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Efficienza stati

rinnovabili stati

A tal proposito, un nuovo studio condotto da Ecofys ha dimostrato che l'Unione europea può ridurre drasticamente le importazioni di gas naturale dalla Russia, almeno della metà, e nel frattempo ridurre le emissioni di anidride carbonica del 49% rispetto ai livello del 1990, introducendo obiettivi per il miglioramento dell'efficienza. Cifre bel al di sopra degli obiettivi stabiliti dall'Ue.

Negli ultimi anni, si legge nel rapporto, la dipendenza dell'Ue dalle importazioni di combustibili fossili ha raggiunto livelli record. Nel 2012, il 54 per cento della domanda totale primaria di energia è stata soddisfatta dalle importazioni. Nel caso del gas naturale, la dipendenza dalle importazioni è ancora più alta: il 66 per cento nel 2012, rispetto al 45 per cento nel 1990.

Secondo lo studio, accrescere l'indipendenza energetica europea garantirebbe un grado più elevato di sicurezza e una lotta più serrata contro i cambiamenti climatici, quantificata come segue: una riduzione del 58% del consumo di gas per gli edifici entro il 2030, pari al 23% di tutto il gas naturale attualmente consumato dall'Ue, potrebbe essere fatto attraverso un migliore isolamento, sistemi di riscaldamento più efficienti e un maggiore apporto di energia rinnovabile. Una riduzione del 20% dei consumi di gas da parte dell'industria, pari al 5% di tutto il gas naturale attualmente consumato, potrebbe essere ottenuta aumentando la produzione di calore ed energia combinati.

In questo modo, con la diffusione capillare delle fonti rinnovabili, il consumo di gas potrebbe essere ridotto addirittura del 63%, pari al 19% di tutto il gas naturale attualmente consumato dall'Ue.

Ma aumentare la quota di energie pulite non è per tutti la soluzione migliore. Secondo Italia Nostra, sarebbe addirittura un “suicidio”.

Dall’ultimo rapporto Aeegdichiara Marco Parini, presidente Italia Nostra - si stima che per il 2014, i costi derivanti dall’incentivazione delle fonti rinnovabili siano pari a circa 12,5 miliardi di euro, di cui circa 12 coperti tramite la componente A3, cioè a carico di famiglie e imprese. Ma non è finita qui perché nel contatore del Gse mancano il ritiro dedicato e lo scambio sul posto, di un valore presunto nell'ordine di 500 milioni, che porterebbero il totale a 13 miliardi di euro, infrangendo il tetto massimo di spesa già nel 2014, quando la produzione da Fer sarà verosimilmente prossima al 36% del fabbisogno elettrico italiano, cioè già ora ben 10 punti percentuali in più rispetto a quel 26,39% che ci chiedeva l'Europa per il 2020”.

Secondo l'associazione vi sarebbe poca chiarezza sulle cifre comunicate e legate agli incentivi. Tutto questo mentre il Mise dà l'ok ai decreti attuativi che dovranno disciplinare il settore energetico e le rinnovabili elettriche in Itala dal prossimo anno.

Francesca Mancuso

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