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immagineIniziamo da un paradosso: a volte le aziende che producono cioccolato e che hanno lavorato sodo per ottenere certificazioni varie sulla provenienza delle materie prime, poi non ne espongono il logo sui prodotti.

Allo stesso tempo il consumatore diventa sempre più consapevole e vuole sapere quali ingredienti contengono gli alimenti e da dove vengono. Il caso più emblematico è quello dell’olio di palma. Ma cosa cambia quando è presente una certificazione? È sufficiente? Il dibattito si accende - era inevitabile - a ridosso della Pasqua, quando sugli scaffali ricompaiono le uova di cioccolato.

NON SOLO IN ITALIA - Dallo scorso dicembre le nuovi leggi Ue hanno imposto di specificare nelle etichette la presenza dell’olio di palma senza nasconderlo sotto diciture generiche (olii vegetali). Non serve più essere detective, in teoria. Se si scorge poi il rimando ad una certificazione non dovrebbero esserci problemi. Siamo sicuri? Se lo chiedono i consumatori di tutti i Paesi, come dimostra il dibattito in Regno Unito, per citarne solo uno.

Una volta i gruppi ambientalisti si battevano campagna dopo campagna contro le aziende ed incoraggiavano il consumatore al boicottaggio. Le ragioni sono note: in Indonesia e Malaysia si produce il 90% dell’olio di palma certificato, con migliaia di acri di foresta pluviale cancellata e habitat distrutti sia per animali che esseri umani. Poi ci sono le questioni come l’inquinamento, la sicurezza sul lavoro inesistente. Ma si prevede un raddoppio della domanda al 2020. Oggi però anche gli ambientalisti si sono ammorbiditi, almeno alcuni.

MEGLIO CERTIFICATO - Considerando le alternative, le palme richiedono un decimo del fertilizzante e dei pesticidi rispetto alla soya. Ecco perché l’appoggio di realtà come il WWF è andato ad esempio al Roundtable for Sustainable Palm Oil (RSPO) nel 2004, una serie di standard a tutela del consumatore che certificano la sostenibilità dell’olio importato.

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Il vice presidente è Adam Harrison, senior policy officer for food and agriculture per il WWF, questo è eloquente. Nestlè, Mars, Ferrero e Mondelez International (proprietaria di Cadbury) sono tra i 1.700 membri. Tutti hanno fatto sforzi non solo per certificare la provenienza dell’olio di palma (CSPO è la certificazione che si rifà agli standard RSPO) ma anche per lavorare con i fornitori per tracciarlo fino a dove si coltiva.

NON TUTTE LE UOVA DI PASQUA SONO UGUALI – È vero non tutte le uova di Pasqua sono uguali. Alcune aziende come Lindt hanno toccato il fondo ma hanno ribadito l’impegno – in questo caso entro fine anno – di utilizzare olio di palma che si rifà a quegli standard, per poi utilizzare solo quello certificato RSPO. Le stesse insegne della GDO che producono uova sono membri del RSPO. Insomma, meglio una certificazione che niente, se proprio non è possibile eliminare l’olio di palma dalla lista degli ingredienti.

NON TUTTI SONO D’ACCORDO - Alcuni critici però dichiarano con forza che non basta. Pat Venditti si batte per Greenpeace International contro la deforestazione e sottolinea che nemmeno una certificazione garantisce che le foreste siano preservate. Non a caso, l’associazione ha un gruppo di produttori di riferimento che assicura questo scopo.

Le aziende che usano olio di palma per produrre cioccolata e altri alimenti devono andare oltre gli standard RSPO e assicurare che ciò che vendono sia a tutela delle foreste pluviali”.

Altra questione, il fatto che le piantagioni si estendano su terreni ricchi di torba, che in Indonesia è una delle maggiori cause di inquinamento da gas serra. I membri del RSPO hanno votato No quando si trattava di bloccare l’espansione delle coltivazioni in queste zone nel 2013.

Questo la dice lunga su quanto siano interessati più ai loro profitti che alla lotta ai cambiamenti climatici o all’impegno verso qualsiasi forma di sostenibilità”, dice Tom Johnson, Forest Campaigner alla Environmental Investigation Agency.

D’altra parte, la realtà è chiara: le piccole aziende spesso nemmeno sanno come tracciare le materie prime che utilizzano, mentre quelle grandi si limitano a rispettare gli standard minimi. L’RSPO si proclama comunque inflessibile e ha già espulso decine di membri. Peccato però che per il consumatore resti il problema di non scorgere subito quel logo che almeno dimostrerebbe ai suoi occhi che si tratta di olio di palma certificato, un logo utile anche all’azienda stessa a puri fini di marketing.

Anna Tita Gallo

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