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ciaoholaLarry Summers, uno degli economisti più influenti negli Usa, ha pronunciato una frase ripresa poi varie volte: “Se la tua strategia sarà quella di sviluppare legami commerciali solo con persone che parlano inglese allora sarà una strategia povera”. Ma potrebbe essere la strategia che guida i nuovi Stati Uniti.

Il riferimento è proprio al fatto che gli Usa si stanno concentrando sulla loro relazione con il Regno Unito e con interlocutori che parlano la loro stessa lingua. Quanto può essere enorme l’impatto economico di una nazione che decide sostanzialmente di limitare i contatti con altri Paesi?

Se lo chiedono gli economisti di tutto il mondo. Le questioni linguistiche hanno influenza su larga scala come sulle piccole aziende.

A Philadelphia da Geno’s già compariva nel 2011 un cartello in cui si invitavano i clienti a parlare inglese al momento di ordinare perché “This is America”.

geno

Questo approccio di chiusura portato avanti dalle aziende piccole avrebbe ovviamente impatto sull’intera economia se si diffondesse rapidamente, alimentato dall’alto; e ora ha a proprio favore l’atteggiamento del nuovo presidente Donald Trump, che sottolinea la sua politica commerciale “America First” ad ogni occasione.

Tutto questo in netta controtendenza rispetto alla promozione delle politiche di free trade portate avanti nei decenni scorsi. Negli ultimi mesi prevalgono i messaggi con una retorica fortemente di chiusura e questa “promozione dell’isolamento” sembra sbattere le porte in faccia agli scambi vecchio stampo, all’innovazione e alla crescita.

Inutile dirlo, è il libero mercato ad aver reso tutti i Paesi più prosperi: Roma, la Grecia, l’Egitto, tutti hanno avuto successo economico commerciando con culture differenti e dai tempi delle grandi civiltà l’uomo ha compreso l’importanza del dialogo con Paesi sconosciuti per poter commerciare con loro. Il gap linguistico non può essere un ostacolo agli scambi o un pretesto per alzare un muro che blocchi i rapporti con culture sgradite.

Il dato di fatto è che il linguaggio ha potere economico. Nel Regno Unito la Alas ha condotto una ricerca il cui risultato ha mostrato che si perde il 5,5% del PIL ogni anno per via della mancanza di skills linguistiche nella forza lavoro. Al contrario, negli Usa esiste una varietà di lingue con cui le persone, volenti o nolenti, entrano in contatto, nonostante l’apparente monolinguismo.

L’inglese non è di fatto la lingua officiale, sebbene promuoverlo come prima lingua nei dialoghi commerciali sia la strategia dominante. E altrove come funziona? In Svizzera ad esempio le persone lavorano utilizzando più lingue e non sembra una stranezza o una gentile concessione al cliente.

E anche in Italia - in realtà piccole e grandi - cerchiamo di accogliere clienti da qualsiasi parte del mondo con la consapevolezza che imporre il dialogo in una lingua sola sarebbe controproducente, così come siamo consapevoli che là dove si parla soltanto italiano si rischia di perdere in qualità. 

Il plurilinguismo è una risorsa, perché annientarla?

Anna Tita Gallo

 

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