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fonti fossili 00022Il movimento di disinvestimento dalle fonti fossili contagia un'altra prestigiosa università americana: a Stanford, California, il corpo docenti ha firmato una lettera indirizzata al Rettore, John Hennessy, chiedendo che l'ateneo riconosca l'urgenza dei cambiamenti climatici e cessi di investire in aziende collegate a petrolio, carbone e gas.

La scorsa primavera, l'Università di Stanford si era distinta per aver tagliato tutti i propri investimenti in carbone, divenendo il primo ateneo di prestigio a compiere un passo tanto significativo. Tuttavia, a pochi mesi di distanza, aveva scelto nuovamente di puntare sulle fossili, investendo in tre compagnie attive nel settore del gas e del petrolio.

Una contraddizione, secondo i trecento firmatari dell'appello, tra cui figurano nomi prestigiosi e premi Nobel, che chiedono a gran voce che l'Università abbandoni tutte le fonti fossili.

"L'urgenza e l'ampiezza del cambiamento climatico richiedono molto più che soluzioni parziali, che sarebbero comunque lodevoli." – recita il testo della lettera – "Esigono un impegno più profondo e completo, che si concretizza nel disinvestire da tutte le fonti fossili. L'alternativa, che cioè Stanford continui a sostenere società operanti nel campo del gas e del petrolio, presenta un paradosso: se un'università mira ad educare una gioventù straordinaria, affinché possa andare incontro al futuro più radioso, come può investire nella demolizione di quello stesso futuro? Posto che l'ateneo si è mostrato consapevole dei pericoli generati dalle fonti fossili, come può confrontarsi solo parzialmente con questo pericolo?"

Il movimento di disinvestimento ha interessato, nel corso del 2014, diverse realtà istituzionali e numerosi campus universitari, dando spesso vita a forme di attivismo che, partendo dagli studenti, hanno successivamente contagiato anche impiegati e corpo docente. Il caso di Stanford è diverso e ancor più significativo, dato che, per la prima volta, l'iniziativa è partita dall'alto, da ricercatori e professori.

Proprio mentre il mondo universitario discute e si confronta sul tema del disinvestimento, la caduta del prezzo del petrolio e l'aumentare dei timori relativi al riscaldamento globale potrebbero favorire l'abbandono degli investimenti nelle fossili anche da parte delle grandi compagnie del settore.

Secondo Jeremy Leggett, Presidente della Carbon Tracker Initiative, il thinktank che denuncia i rischi per la stabilità finanziaria legati gli investimenti in fossili, è molto probabile che almeno una grossa compagnia petrolifera scelga la via del disinvestimento.

A detta di Leggett, infatti, ad un certo punto l'estrazione di gas, petrolio e gas si rivelerà troppo costosa, oltre che troppo pericolosa dal punto di vista ambientale, e dovrà essere progressivamente abbandonata.

Ma c'è di più: gli investimenti in fossili potrebbero rivelarsi un azzardo già sul breve periodo. Un nuovo report pubblicato dall'University College di Londra ribadisce infatti che imponenti quantità di risorse fossili (dal petrolio mediorientale, al carbone americano fino al gas russo) dovrebbero rimanere sepolte lì dove sono se davvero si vuole davvero contenere l'aumento della temperatura globale entro i 2°C al di sopra dei livelli preindustriali.

Secondo Leggett, infine, le compagnie attive sul fronte di petrolio, carbone e gas sono perfettamente consapevoli della situazione: sanno, cioè, che i costi relativi all'estrazione di tali materie prime stanno crescendo, mentre quelli collegati alle rinnovabili scendono. Il passo verso una scelta radicale non è mai sembrato tanto breve.

Lisa Vagnozzi

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