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gravitypayments Dan Price si era guadagnato parecchi titoli sulle pagine dei quotidiani più celebri quando aveva deciso di alzare il salario minimo dei suoi dipendenti, alla Gravity Payments. Ma non tutto è andato per il verso giusto. E se ne parla ancora.

L’idea era da prima pagina: il Ceo della società di Seattle si era tagliato lo stipendio per poter alzare appunto quello dei suoi lavoratori, anche di quelli dei livelli aziendali più bassi. Ovviamente erano stati tutti molti contenti, ma già da subito la realtà è stata un po’ più complicata rispetto ai piani. Si pensava infatti a portare il salario minimo di tutti ad un minimo di 50 mila dollari, poi alzandolo ancora di 10 mila fino a 70 mila entro dicembre 2017. Non è andata così.

Il New York Times per primo ha svelato che, mentre la Web reputation della società saliva alle stelle, dal punto di vista finanziario la mossa di Price diventava un serio problema. Addirittura alcuni clienti hanno immaginato si trattasse del primo step della scala verso un aumento dei prezzi praticati, quindi hanno iniziato a spostare altrove il business. Ma il vero problema è stato interno. Alcuni dei dipendenti migliori hanno preso altre strade.

Due di questi, sempre secondo il NY Times se ne sono andati proprio per via della policy aziendale. Perché distribuire vantaggi in maniera identica a tutti i lavoratori, anche a quelli con meno competenze? Questa domanda è stata posta da una dipendente direttamente all’attenzione di Price, ma in cambio sarebbe scattata l’accusa di egoismo. Da qui, la scelta di lasciare l’azienda. Insomma, questo socialismo “senza se e senza ma” non è stato gradito da tutti. Anche perché, con il piano di Price, i dipendenti con paghe minori hanno visto quasi raddoppiare le proprie entrate, mentre quelli con salari più alti hanno visto un vantaggio minore e la loro frustrazione invece è lievitata.

Premi di produzione e stimoli a lavorare meglio, in questo caso, sarebbero stati meno controproducenti della generosità incontrollata. D’altra parte si parla di lavoro, non di filantropia.

Anna Tita Gallo

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