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Sharing economy

La sharing economy è il modello del futuro? L’economia collaborativa è alla base della terza rivoluzione industriale? Oggi 30 novembre a Roma si è aperto il dibattito nel corso di un evento promosso da Lazio Innova ed Enea, al quale è stata invitata anche la nostra redazione, rappresentata dal caporedattore Roberta Ragni.

Piattaforme come Airbnb e Uber stanno vivendo una crescita esplosiva, ma anche la condivisione di spazi professionali (come i FabLab, presenti al dibattito con il fondatore di FabLab Roma Makers Leonardo Zaccone) e abitativi (couchsurfing), nonché di tempo (banche del tempo), stanno diventando sempre più popolari.

A queste si affiancano servizi di car sharing, car pooling e molti altri esempi che illustrano come in effetti la sharing economy non sia solo fatta di proposte isolate, ma che miri probabilmente a diventare un modello economico replicabile nei più disparati settori.

Complici la crisi economica e le preoccupazioni ambientali, i sostenitori della sharing economy auspicano che questa sostituisca i modelli tradizionali, immaginando ormai inarrestabile un processo di cambiamento che porterà prima o poi ad una vera e propria rivoluzione.

Il quadro che emerge, tuttavia, non è solo di entusiasmo e vitalità. Partendo spesso da un substrato giovanile di promotori – non a caso le piattaforme prevalenti di condivisione viaggiano sul web – non sono le idee a mancare, e nemmeno i supporti tecnici, prevalentemente, ma esclusivamente, digitali, ma un background di sostegno che parte dalla politica.

Il grosso limite, infatti, è dovuto ad un evidente vuoto normativo, confermato anche dall’avvocato Cristiana Brega, intervenuta per discutere come un mondo che va verso l’open source possa conciliarsi con i diritti della proprietà intellettuale.

Ciò non si declina solo negli evidenti conflitti di alcuni servizi contro le corrispondenti categorie professionali (Uber contro i tassisti, Home restaurant contro i ristoratori, Airbnb contro gli albergatori, per citare alcuni esempi), quindi non solo per motivi “tradizionalmente economici” (introiti, tasse) ma anche assicurativi, di sicurezza (come nel caso alimentare) etc..

È vero però che quando non si mira a portare qualche esempio innovativo, ma ad imporre un modello, è da quello che è necessario partire. Non è possibile infatti applicare i ragionamenti “classici” su un modello rivoluzionario, come sottolineato anche da noi nel corso del dibattito.

Non si può parlare di ristorante quando il servizio è la condivisione di una cena, non è pensabile chiamare mezzo pubblico un’automobile privata che concede passaggi ad altri utenti. Si passa quindi ad un presupposto di base che si chiama fiducia e che è costruita dagli utenti stessi che condividono oltre al servizio anche le loro esperienze ed opinioni, consapevoli di non avere certificati e assicurazioni, ma solo la garanzia della collettività.

E se il fine ultimo non è il profitto di una singola categoria ma quello della società intera che applica il modello, è questo che deve essere valutato. Ne consegue che se la politica non affronterà questo problema la collettività tenderà a dividersi, evitando il confronto e aumentando i conflitti.

“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un dominio completo della tecnica. Più inquietante è che l’uomo non sia preparato a questo radicale mutamento. Ed ancora più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditativo, un adeguato confronto con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca” (Martin Heidegger, L'abbandono).

Redazione Greenbiz.it

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