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sust leaders 2014 450Sono stati pubblicati i risultati della 20esima edizione dell’indagine sui leader della sostenibilità di Globescan e SustainAbility ed emerge qualche sorpresa. Il driver diventa la tecnologia, mentre cala la fiducia nelle abilità dei governi di generare cambiamento.

Il leader assoluto del Sustainability Leaders 2014, con ben 22 punti di scarto sugli altri, è Unilever, anche se ultimamente abbiamo sottolineato che forse, a livello di risultati di sostenibilità, non tutto va per il verso giusto.

L’INDAGINE – Si tratta di uno studio realizzato da esperti stakeholder facenti parte del mondo delle imprese, del governo, delle università e del no profit, dai cui dati emerge che Unilever, Patagonia, Interface e M&S sono visti come i leader quando si parla di sostenibilità d’impresa.

Unilever, in particolare, si posiziona in testa per il quarto anno consecutivo: il 33% degli esperti ha infatti l’indicata come leader della sostenibilità integrata nelle strategie aziendali. Non solo. La percentuale è cresciuta di 8 punti rispetto allo scorso anno. Seguono Patagonia, ma con il 9% di rispondenti che la menzionano, e Interface con il 7% di menzioni. Nella top 12 anche Nestle, Natura, Nike, GE, Walmart, Puma, IKEA (che entra in classifica per la prima volta dal 2004) e Coca Cola.

UNILEVER SPIAZZA ANCHE GLI ESPERTI – Dopo la pubblicazione dell’indagine, anche gli autori sono sembrati leggermente perplessi. L’obiettivo, come illustrato dagli stessi autori, è quello di tracciare una sorta di cammino per le altre aziende, in modo da mostrare quali best practices possano seguire. Ma nessuno avrebbe mai pensato ad Unilever. Qual è il segreto di tanto successo?

LE RISPOSTE – CI sono, per Guenther e Chris Colter, CEO di Globescan e co-autore del report, 2 fattori che giocano a favore di Unilever. Innanzitutto, una grande campagna nei mercati emergenti (Asia, Africa e America Latina) dal retrogusto di greenwashing, basata proprio su sostenibilità e impegno a favore della salute. Qui le vendite sono cresciute e, seguendo il report, Unilever non è stata citata al top solo in Oceania e America Latina.

In secondo luogo, il tipo di messaggio diffuso: non soltanto “guardate quanto Unilever è brava” ma anche “cambiamo modello di business e la cultura che gli ruota attorno”. E poi, dicono gli autori del report, un terzo elemento chiave è l’appeal del Ceo di Unilever Paul Polman sugli stakeholder più sensibili ai temi della sostenibilità.

RESTANO I DUBBI – Recentemente abbiamo parlato degli sforzi di Unilever per migliorare proprio in chiave green, che passano dall’aggiornamento del Sustainability Living Plan e hanno già tagliato un traguardo il raggiungimento dell'obiettivo Zero Waste per gli stablimenti europei. Purtroppo per l’azienda, tuttavia, l’impatto ambientale dei prodotti è cresciuto del 5% negli ultimi 5 anni, ragione che ha spinto a tirare in ballo i consumatori. Se, infatti, le emissioni calcolate per ogni consumatore sono cresciute del 5% dal 2010, allora sono i clienti a dover essere sensibilizzati.

Una strategia complicata e un obiettivo impegnativo, visto che Unilever, di fatto, si propone di cambiare le abitudini dei consumatori. Ma c’è un vantaggio: se si punta il dito contro i consumatori per “giustificare” quella crescita dell’impatto dei prodotti, allora sono i consumatori la causa del cattivo risultato, non l’azienda.

Anna Tita Gallo

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