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moda sostenibile 00002Negli ultimi anni, molti brand della moda si sono impegnati a integrare la sostenibilità nelle proprie strategie aziendali: Sustainability-Lab ha indagato sulle modalità attraverso cui traducono tale impegno in pratica e sugli aspetti che, dal punto di vista etico e ambientale, vengono considerati prioritari. I risultati dell'indagine, che aiutano a comprendere come sta cambiando il mondo della moda, sono contenuti nell'International Brands Survey 2014.

Per realizzare l'indagine, Sustainability-Lab ha intervistato i manager di 18 grandi marchi che hanno intrapreso il percorso verso una produzione più sostenibile. Si tratta di brand europei e americani molto noti nei rispettivi segmenti di mercato, particolarmente attivi sui diversi fronti della sostenibilità e che, nel loro insieme, realizzano un fatturato superiore ai 50 miliardi di euro. Tra di essi, Armani Group, Mango, Marks & Spencer, Monnalisa, PUMA, Salvatore Ferragamo e Vivienne Westwood.

In particolare, Sustainability-Lab ha analizzato come i 18 marchi gestiscano la CSR al proprio interno e quali, tra gli specifici aspetti della sostenibilità (dalla scelta delle materie prime, ai processi e alle tecnologie in uso, alle caratteristiche della catena di approvvigionamento, al fair trade, al cruelty free...) considerino prioritari.

Nel complesso, i risultati dell'International Brands Survey mostrano una maggiore consapevolezza e organizzazione da parte dei brand nell'approccio al tema della sostenibilità e possono essere sintetizzati nei 5 punti che seguono:

1. I modelli di gestione degli acquisti sostenibili sono diversificati. Un gruppo consistente di grandi marchi ha seguito un approccio formalizzato e maturo, che prevede, ad esempio, un forte ruolo di controllo da parte della funzione CSR e la definizione di Greenlist di fornitori privilegiati. Alcune imprese del lusso, storicamente impegnate nella sostenibilità, hanno invece adottato un approccio più informale, senza un ruolo preciso per la funzione CSR. Altre imprese ancora sono in una fase di evoluzione organizzativa e di definizione di ruoli specifici.

2. L'impegno dei marchi nella sostenibilità ha un impatto significativo sulle richieste che vengono fatte ai fornitori, testimoniato dall'elevata quota di acquisti sottoposta a specifica valutazione di sostenibilità e dalla diffusione delle Greenlist di fornitori privilegiati, basate su criteri di sostenibilità.

3. L'approccio alla sostenibilità ha raggiunto un nuovo livello di maturità, che porta a valorizzare aspetti specifici come l'assenza di sostanze pericolose, la tracciabilità, il non utilizzo di pratiche crudeli verso gli animali e la tracciabilità della filiera, andando oltre la fase embrionale della sostenibilità, che era centrata quasi esclusivamente sulla riduzione delle emissioni di CO2.

survey moda sostenibilità

4. I grandi brand non sono sordi nei confronti di quanto accade nel mondo che li circonda: emerge infatti una relazione tra gli aspetti della sostenibilità più valorizzati dai marchi e le campagne di alto profilo lanciate negli ultimi anni da organizzazioni ambientaliste, animaliste e per la difesa dei diritti dei lavoratori. Basti pensare all'impegno profuso dai brand per eliminare le sostanze pericolose dalla catena di produzione, che probabilmente riflette il forte impatto di campagne come DETOX di Greenpeace, o alla maggiore attenzione nei confronti della supply chain, a cui non è estranea la campagna di opinione sviluppatasi dopo la tragedia del Rana Plaza, nell'aprile 2013.

5. Il sistema delle etichette di certificazione mantiene una rilevanza nella valorizzazione dei tessuti e accessori acquistati, anche se pochi marchi le considerano indispensabili. Al contrario, alcuni marchi che hanno sviluppato sistemi di gestione della sostenibilità particolarmente avanzati sembrano riporre meno valore nelle etichette di certificazione degli standard più diffusi.

Lisa Vagnozzi

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