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csr buoni cattivi 2014CSR e sostenibilità, quali sono le aziende e le multinazionali che si impegnano davvero? E quali, invece, mettono in campo stratagemmi green, ma con i fatti vanno in direzione opposta? Deforestazione, olio di palma non sostenibile, schiavismo e frodi alimentari sono gli ambiti peggiori.

Non mancano le realtà che cercano di comportarsi meglio o che addirittura rappresentano una svolta, spiccando sullo sfondo di un orizzonte nero. Ecco allora quelle aziende che cercano di migliorare i propri prodotti, di schierarsi dalla parte dei consumatori e di lottare contro le ineguaglianze sociali e gli sprechi alimentari.

Ecco la classifica dei “buoni” e dei “cattivi” nel 2014.

I buoni

1) Intermarché

La Francia si impegna ad arginare gli sprechi alimentari nella grande distribuzione. Alcuni supermercati della catena Intermarché hanno avviato una campagna per mettere in vendita frutta e ortaggi imperfetti con lo sconto del 30%. In questo modo si evitano gli sprechi alimentari che avvengono direttamente nei campi. La campagna ha avuto un grande successo e potrebbe estendersi ad altri punti vendita della Francia.

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2) Lidl

Dopo aver deciso di mettere al bando i dolciumi dalle casse in Gran Bretagna all’inizio di quest’anno, alla fine del 2014 Lidl ha dato un nuovo annuncio: eliminare le sostanze chimiche pericolose dai prodotti tessili. La seconda catena di discount al mondo in espansione anche in Italia, dove conta ormai quasi 600 punti vendita, si è impegnata a eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose dalle proprie produzioni tessili (abbigliamento e accessori) entro il 1° gennaio 2020.

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3) Repower Italia

Per soddisfare gli obblighi di inserimento lavorativo di persone con disabilità in azienda, Repower ha deciso di utilizzare lo strumento dell'art. 14 D.Lgs. 276/03 e di investire proprie risorse (umane, professionali ed economiche) per supportare lo start up di una cooperativa sociale di tipo B (Contè) per la gestione di un punto di ristoro a Milano con impiego di ragazzi down. La "Locanda alla Mano", patrocinata dal Comune di Milano, è oggi completamente operativa e impiega sia ragazzi con sindrome di down che disabili intellettivi.

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4) Barikamà

Da profughi a imprenditori dello yogurt biologico consegnato in bicicletta. Sei ragazzi africani che vivono a Roma e che in precedenza lavoravano a Rosarno come raccoglitori di frutta hanno dato vita ad un progetto di micro credito e autogestione del lavoro basato sulla produzione e la distribuzione sostenibile di yogurt biologico. Il loro obiettivo è tornare in Africa ed esportare lo stesso modello per combattere fame e carestia.

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5) Philips

Philips in collaborazione con GSF Farms ha dato il via d un progetto per realizzare un’azienda agricola al coperto a Chicago. Si tratta, a parere degli ideatori, di una soluzione sostenibile di fronte all’incremento del fabbisogno di cibo nel mondo e alla minaccia dei cambiamenti climatici. L’azienda agricola indoor sarebbe parte di un sistema senza sprechi e ad alta efficienza energetica che permetta di coltivare ortaggi freschi al chiuso grazie ai LED forniti da Philips.

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I cattivi

1) McDonald’s

Nonostante i tentativi di rendere più green la propria immagine – a partire dal cambio di colore del logo, da rosso a verde, McDonald’s non ha fatto abbastanza per riscattarsi dalla propria reputazione negativa. Anche la clientela abituale dei fast food se ne è resa conto, tanto che le vendite della multinazionale sono in calo anche negli USA, soprattutto dopo lo scandalo della carne scaduta utilizzata nei fast food della Cina.

Leggi anche: Carne scaduta: la truffa cinese per McDonald's, KFC e Pizza Hut

2) Virgin

Virgin dice no ai delfini in cattività, ma collabora con i delfinari. Nessun cetaceo libero va ridotto in cattività, parola di Virgin Holidays. Richard Brenson, l'illuminato Ceo di Virgin ha annunciato che da ora in poi esigerà che i suoi partner e fornitori non catturino cetacei selvatici per l'industria dell'intrattenimento di acquari e delfinari. Eppure Virgin collabora ancora con i delfinari.

Leggi anche: Virgin dice no ai delfini in cattività, ma collabora con i delfinari

3) Coca Cola

Coca Cola ha investito 1 milione di dollari per fermare l’etichettatura OGM negli USA. Con altre note multinazionali si è opposta ai Referendum proposti in Colorado e Oregon, dove proprio le aziende pro-OGM hanno avuto di recente la meglio, a discapito dei consumatori che non potranno sapere se i prodotti che acquistano normalmente contengono organismi geneticamente modificati.

Leggi anche: Coca Cola: 1 milione di dollari per fermare l’etichettatura OGM negli USA

4) Pepsi

Tra le aziende nell'occhio del ciclone per quanto riguarda la deforestazione troviamo Pepsi, che lo scorso maggio è stata accusata da Greenpeace di aver intrapreso impegni parziali e insufficienti per quanto riguarda la provenienza dell'olio di palma utilizzato nei propri prodotti. Infatti Pepsi avrebbe deciso di seguire i criteri di RSPO, certificazione ben poco sostenibile che non garantisce che le torbiere non vengano trasformate in piantagioni di palme da olio.

Leggi anche: Olio di palma: Pepsi coinvolta in deforestazione e schiavismo

5) Procter & Gamble

Procter & Gamble coinvolta nella deforestazione. Alcune indagini condotte di recente da Greenpeace dimostrano come uno dei fornitori di olio di palma della Procter & Gamble (P&G) - che produce noti beni di consumo come gli shampoo Pantene e Head&Shoulders, la schiuma da barba Gillette o il detersivo Dash - stia distruggendo le foreste primarie della regione indonesiana di Papua per far spazio a piantagioni di palma da olio. A quando un impegno serio per dire stop alla deforestazione?

Leggi anche: Greenpeace: Colgate sostiene la lotta contro la deforestazione. a quando un impegno di Procter & Gamble?

Marta Albè

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