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gucci report moda 000Nel corso dell'ultima puntata di Report, andata in onda domenica 21 dicembre, un servizio firmato da Sabrina Giannini ha mostrato le condizioni in cui operano alcuni fornitori toscani di Gucci, il celebre marchio fiorentino che dalla fine degli anni Novanta fa capo alla holding multinazionale francese Kering.

L'inchiesta rivela un sistema di gestione e remunerazione dei fornitori che mette in difficoltà gli artigiani in regola, favorendo sempre più il ricorso alla manodopera cinese a basso costo.

Il servizio, dal titolo Va di lusso, sottolinea il contrasto stridente tra la comunicazione di Gucci, basata sull'eticità e trasparenza della filiera (garantita dal ricorso alla certificazione SA8000) e sull'esaltazione dell'origine artigianale e rigorosamente italiana dei propri prodotti, e la prassi di sottopagare il lavoro dei laboratori artigianali che li confezionano.

Stando all'inchiesta condotta da Giannini (autrice, tra l'altro, anche del tanto discusso servizio su Moncler, andato in onda poche settimane fa), per una borsa venduta al pubblico a 830 euro, l'artigiano riceve appena 24 euro: una cifra che è appena sufficiente a coprire le spese di produzione e che offre alle imprese dei margini di guadagno bassissimi, tali da costringerle a chiudere, a ridimensionarsi oppure ad appoggiarsi a dei "soci occulti". Questi ultimi sarebbero in massima parte di nazionalità cinese e fornirebbero ai laboratori della manodopera a bassissimo costo.

L'inchiesta nasce dalla testimonianza di un imprenditore che si è autodenunciato allo scopo di far conoscere le condizioni in cui lavora: l'inchiesta ha seguito il suo laboratorio artigianale per cinque mesi, ottenendo informazioni anche dal suo socio occulto cinese che, di fatto, sarebbe il vero gestore dell'impresa. Il suo compito è di reclutare dei connazionali che vengono assunti ufficialmente per dei part-time di quattro ore, ma che finiscono per restare a lavoro dalle 12 alle 14 ore al giorno.

Secondo il servizio, Gucci sarebbe consapevole di queste situazioni, ed eseguirebbe controlli consapevolmente superficiali sui laboratori a cui affida la produzione dei propri prodotti, tollerando - se non addirittura incoraggiando - le irregolarità.

Il brand ha risposto alle accuse di Report diffondendo un comunicato in cui ribadisce la propria correttezza, preannunciando anche l'impegno a "a rendere sempre più efficaci le azioni conseguenti alle ispezioni, che saranno sempre più numerose." Il gruppo accusa la trasmissione di RAI 3 di non avere "mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando. Telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (tre laboratori su 576), non sono testimonianza della realtà Gucci."

L'azienda risponde alle accuse di utilizzo di manodopera a basso costo e di uso di fornitori-prestanome, sostenendo di produrre "il 100% della pelletteria in Italia, dando lavoro a oltre 7.000 addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello. Di questi addetti, circa il 90% sono di nazionalità italiana, mentre tutte le 576 aziende sono italiane. Tutti i fornitori di primo e di secondo livello vengono regolarmente controllati (circa 1.300 verifiche l'anno, anche notturne) sul rispetto delle regole e il corretto trattamento delle persone."

Per quanto riguarda il prezzo del prodotto, infine, secondo Gucci "Report compara in maniera errata il prezzo di una borsa al pubblico con il costo di una singola fase di lavorazione. I 24 euro citati dal servizio si riferiscono solo all'assemblaggio parziale e non considerano minimamente, ad esempio, il costo della pelle, il costo del taglio, quello degli accessori, il confezionamento, la spedizione e tutto quanto necessario a rendere la borsa disponibile in negozio, fattori che moltiplicano fino a 25 volte quel numero."

Lisa Vagnozzi

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