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moda etica sostenibile 0Il 2013 è stato un anno cruciale per l'industria mondiale dell'abbigliamento.

Il crollo del Rana Plaza di Dacca, con la morte di oltre un migliaio di persone, per la maggior parte operai del settore tessile, ha portato all'attenzione globale le condizioni di sfruttamento in cui versano i lavoratori che realizzano gli abiti e gli accessori che i consumatori indossano quotidianamente, accendendo i riflettori sull'intero mondo della moda e ponendo con urgenza il problema di un modello di produzione più etico e più sostenibile.

La catastrofe di Dacca - parte di una lunga serie di incidenti che negli ultimi hanno colpito l'industria tessile, non solo in Bangladesh - ha infatti gettato un'ombra su diversi brand occidentali che, per risparmiare sui costi, producono e/o si riforniscono nei Paesi del sud-est asiatico, dove la manodopera è più economica che altrove e dove gli stabilimenti industriali operano nella quasi totale assenza di basilari norme di sicurezza.

Anche il consumatore meno informato è venuto mano a mano a conoscenza dell'opacità delle origini di molti capi di abbigliamento, troppo spesso realizzati sfruttando i lavoratori (tra cui, talvolta, persino dei minori), oppure utilizzando sostanze chimiche pericolose, inquinando l'ambiente, sprecando risorse preziose (basti pensare all'acqua) e così via.

L'emozione causata dai fatti di Dacca e la maggiore consapevolezza dei consumatori hanno sortito due effetti: da un lato, i temi collegati alla catena di produzione e di approvvigionamento del settore tessile sono diventati di interesse giornalistico, degni di assurgere alle prime pagine dei giornali; dall'altro, diversi brand hanno promosso iniziative per migliorare le condizioni dei lavoratori e rendere più trasparente l'iter attraverso cui i propri capi vengono realizzati.

Ad esempio, numerosi marchi internazionali, tra produttori e retailer, hanno aderito alla Alliance for Bangladesh Workers Safety, all'Accord on Fire & Building Safety in Bangladesh e ad altre iniziative collettive orientate alla sostenibilità, e/o si sono impegnati a utilizzare in modo più oculato le materie prime.

D'altro canto, i brand che hanno rifiutato di impegnarsi pubblicamente sono stati oggetto di critiche, campagne e petizioni (basti pensare che Gap, che non ha voluto firmate l'Accordo on Fire & Building Safety, si trova oggi a concorrere per il Public Eye Award, il poco ambito riconoscimento riservato all'azienda che si è contraddistinta per le peggiori politiche sociali e ambientali).

Come sostiene Maximilian Martin, fondatore di Impact Economy e autore del report Creating Sustainable Apparel Value Chains, il settore tessile necessita, oggi, di una soluzione di sistema, che parta dal presupposto che il rispetto dei lavoratori e dell'ambiente non sono in contraddizione e non ostacolano la competitivià di un brand.

Basti pensare che ridisegnare i processi di produzione in un'ottica di sostenibilità potrebbe contribuire a far risparmiare all'azienda fino al 20% sulla chimica, fino al 40% sull'energia e fino al 50% sull'acqua, con conseguenti benefici sia economici che ambientali.

In particolare, secondo Martin sono quattro le direttrici da seguire per trasformare il mondo della moda in senso etico:

1. Incoraggiare utilizzo razionale delle risorse e trasparenza all'interno della catena di approvvigionamento, per evitare sia lo spreco di materie prime che lo sfruttamento della manodopera.

2. Aggiornare e ampliare le infrastrutture ricorrendo all'impact investing.

3. Migliorare le condizioni lavorative, ponendosi obiettivi più ambiziosi e di lungo periodo.

4. Studiare le pratiche migliori dei brand leader del settore e cercare di replicarle su ampia scala.

Lisa Vagnozzi

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