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Maxibon_classic_bigNestlé, il più grande gruppo alimentare a livello mondiale, ha scelto l’estate per cambiare l’abito ad alcuni fra i suoi gelati più famosi. Secondo un comunicato stampa della multinazionale con sede a Vevey, “il peso delle confezioni multipack del Mottarello e del Maxibon è stato ridotto del 7% rispetto al 2009 con un risparmio di circa 20 tonnellate di cartoncino, mentre la nuova confezione multipack della Coppa del Nonno consente di evitare ogni anno l’emissione di 70 tonnellate di CO2, grazie alla riduzione delle sue dimensioni e alla conseguente ottimizzazione degli spazi durante il trasporto.”

Che la tanto boicottata Nestlé abbia finalmente adottato un approccio più green? A sentire i suoi rappresentanti ufficiali, parrebbe di sì: Nestlé sarebbe ormai impegnata nella ricerca per la riduzione dell’impatto ambientale, nella promozione di un corretto stile alimentare e di un modello di sviluppo sostenibile.

Eppure basta scavare di poco sotto la brillante superficie delle Public Relations - non a caso le cifre spese dalla corporation per pubblicità e lobbying sono enormi - per accorgersi che non è esattamente così. Nestlé ha una facciata rassicurante per i consumatori dei Paesi industrializzati, ma agisce in maniera indiscriminata nel Sud del mondo. Violazioni del diritto del lavoro, sfruttamento di minori, collusione con regimi corrotti, utilizzo di OGM: sono solo alcune delle accuse che vengono mosse alla più grande azienda alimentare mondiale, che con gli anni non ha mai cessato di differenziare ed espandere il proprio business.

Le denunce arrivano da ONG, associazioni ambientaliste e sindacaliste di tutto il Sud del mondo: attori troppo diversi fra loro per parlare di un accanimento ingiustificato contro la corporation. Anche non volendo entrare nel merito delle singole accuse, Nestlè - per il suo ruolo di rilievo globale nel commercio di caffé e cacao - è da molti ritenuta una delle maggiori responsabili delle difficili condizioni in cui vivono i contadini del Sud del mondo. I suoi metodi commerciali, ispirati alla riduzione massima dei costi, rendono difficile agli agricoltori ricevere una paga che assicuri una vita dignitosa e contravvengono dunque i principi di sostenibilità economica. Per non parlare di sostenibilità ambientale: qualche mese fa Greenpeace aveva denunciato che Nestlè acquista olio di palma da compagnie che stanno distruggendo le foreste pluviali, sottraendo prezioso habitat a animali in via d’estinzione, come gli oranghi. Soltanto dopo una lunga campagna, la multinazionale ha annunciato che cambierà fornitori.

Nestlè è ben conosciuta anche per le sue aggressive politiche di commercializzazione del latte in polvere. Si tratta di un settore strategico: l’azienda è infatti nata nel 1866, poco dopo la scoperta del latte in polvere da parte del Dott. Henry Nestlé.

Da anni la multinazionale continua a violare le disposizioni dell’OMS e dell’Unicef a favore dell’allattamento al seno. Fra le sue strategie non convenzionali, infatti, rientra la fornitura gratuita di latte in polvere ai medici e agli ospedali, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. I bambini che nei primi giorni di vita si abituano al latte artificiale difficilmente tornano a quello materno e le conseguenze sono negative per tutta la famiglia. Il latte in polvere è estremamente costoso e non contiene gli anticorpi materni, di primaria importanza per lo sviluppo del sistema immunitario del bambino. L’OMS stima che oltre un milione di bambini - la maggior parte nel Sud del mondo - muoiono ogni anno per le conseguenze, dirette e indirette, dell’allattamento artificiale.

Secondo Unicef l'allattamento materno comporta sia benefici diretti per le mamme e per i loro bambini, che importanti vantaggi sociali. Mentre invece, secondo l’agenzia ONU per i diritti dell’infanzia “il passaggio al latte artificiale porta unicamente a grandi guadagni per le aziende, che si assicurano un nuovo cliente per almeno sei mesi, mentre le madri si trovano costrette a continuare ad acquistare questi prodotti e vengono private della libertà di scelta nell'alimentazione del neonato.”

Probabilmente, in questo quadro complessivo, cambiare il packaging di alcuni gelati assomiglia di più a una classica operazione di greenwashing per migliorare la reputazione dell’azienda, che non a un concreto mutamento di approccio. Un vero e profondo ripensamento avrebbe ripercussioni ben più ampie, perché dalle decisioni di questa grande multinazionale dipende non soltanto la sorte di dipendenti e azionisti dei Paesi industrializzati, ma anche quella di madri, agricoltori e lavoratori del Sud del mondo.

Doris Zaccaria

GreenBiz.it

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