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Per molti lavoratori distratti è l’incubo peggiore: essere sempre controllabili dal proprio capo. Adesso con il decreto semplificazioni è possibile accedere a dati e conversazioni del dipendente sui suoi dispositivi, naturalmente quelli che utilizza per lavoro. Una disposizione che non solo fa discutere, ma solleva anche qualche problema di incostituzionalità.

La situazione è ben fotografata dal Fatto Quotidiano, che dà la parola ad un’avvocato giuslavorista. Sostanzialmente, i dispositivi mobile e i badge possono essere controllati dai datori di lavoro grazie al Jobs Act. Nessun accordo sindacale, sia chiaro. I dipendenti sorpresi ad utilizzarli per ragioni non lavorativi rischiano grosso, quindi. E gli stessi dipendenti sono anche controllati dal punto di vista degli spostamenti.

Nel decreto semplificazioni della riforma del lavoro, che il CdM ha approvato l’11 giugno in via preliminare, è contenuto tutto questo, anche se i dubbi restano, soprattutto pensando alla privacy del lavoratore e alle conseguenze dirette sui suoi diritti. La modifica è quella all’4 dello Statuto dei lavoratori sui controlli a distanza in ambito lavorativo.

Non c’è ragione di contestare sanzioni inflitte ad un lavoratore che utilizza gli strumenti in questione a fini non lavorativi, anche quelli che l’azienda gli chiede di portare con sé sul luogo di lavoro. Resta però il fatto che per esercitare un controllo, il datore di lavoro non abbia bisogno che venga creato un accordo sindacale.

Il problema si pone perché in quei dispositivi potrebbero anche essere contenuti dati sensibili, sebbene l’azienda “non potrà utilizzare il contenuto della comunicazione personale a fini disciplinari” perché prevale il Codice della privacy, spiega Maria Teresa Salimbeni, avvocato giuslavorista e docente di diritto del lavoro all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Non solo, al lavoratore dovrà essere consegnata un’informativa che lo avverta di questi controlli.

Ma quando si parla di badge sorgono ulteriori problemi. Esistono strumenti che registrano ingresso e uscita, altri che invece registrano gli spostamenti dell’azienda. “Liberalizzare il controllo sui tesserini con cui si entra e si esce è legittimo, perché permette di tenere traccia degli orari di lavoro. Ma esistono anche impianti attraverso i quali si possono monitorare gli spostamenti del lavoratore all’interno del perimetro aziendale. Questo controllo più invasivo violerebbe il diritto alla riservatezza e alla libertà del lavoratore che discende dai principi costituzionali”, spiega ancora l’avvocato, che avverte di possibili ricorsi sulla base dell’incostituzionalità della norma.

Anna Tita Gallo

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