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Alla fine UberPop non l’ha spuntata. Il tribunale di Milano ha deciso che il servizio dovrà essere sospeso, confermando quando disposto dalla sospensiva cautelare di un mese fa, dopo il ricorso di 16 cooperative di tassisti. È concorrenza sleale.

A non convincere è proprio l’essenza stessa del servizio, che prevede alla guida autisti non professionisti (come sono invece i tassisti) ma persone comuni che di fatto con la propria vettura si offrono a prezzo modico di accompagnare le persone.

Ma “nel suo complesso il sistema dei prezzi di UberPop non ha regole predeterminate e trasparenti, e non va a vantaggio dei consumatori” e manca anche una certa sicurezza per gli utenti. Le auto sono in buone condizioni? I conducenti sono validi? E non esiste una copertura assicurativa. Non è accettata dal tribunale nemmeno l’ipotesi che Uber permetta di ridurre l’inquinamento o il traffico delle grandi città.

Tutte cose che comunque da Uber contestano, come dimostrano le affermazioni dei vertici della società: “In tutte le sedi abbiamo cercato di dimostrare che un’apertura del mercato gioverebbe a tutti, operatori e consumatori. Oggi abbiamo visto l’ennesima interpretazione delle norme di una legge del 1992 che governa ancora il sistema della mobilità italiana. Quelle stesse norme che sia per l’Authority dei trasporti che per quella per il Mercato e la Concorrenza andrebbero aggiornate”, dichiara infatti la GM di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini.

La sentenza non si applica a UberBlack. In altre parole, se la decisione blocca UberPop, continua invece il servizio a Roma e a Milano sotto un’altra forma, quella di un taxi vero e proprio, quindi con un autista professionista e una sua vettura, che svolge il proprio servizio semplicemente sfruttando il sistema di prenotazioni offerto da Uber.

Resta da capire come si muoverà il mondo delle istituzioni verso la sharing economy. I cittadini-utenti tendono a comunicare e a condividere utilizzando la tecnologia, questo è il dato di fatto. Ma si svolge tutto su un terreno che non è ancora normato perché per i legislatori risulta ignoto. Intanto, in attesa che si legiferi, a farne le spese sono società che, come in questo caso, avrebbero potuto garantire agli utenti sicuramente parecchi vantaggi.

Anna Tita Gallo

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