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immagineIl decreto spalma-incentivi è la soluzione che il Governo ha tentato di dare al problema sempre più sentito dalle famiglie e dalle PMI italiane della bolletta più cara d'Europa.

Il taglio del 10% che il Governo ha annunciato, però, poteva avere ben altre coperture in termini finanziari, per un costo complessivo da recuperare variabile tra i 500 e i 600 milioni di euro. Il provvedimento che invece il Governo ha immaginato di adottare, non solo taglia le gambe al mondo delle energie rinnovabili che in passato ha investito sul fotovoltaico, ma ostacolerà anche quello dell'autoproduzione dell'energia, recuperando soltanto la metà, circa 320 milioni, del totale necessario. Il che significa che possiamo aspettarci nuovi provvedimenti in futuro.

Cosa dice in realtà il documento firmato dal Presidente della Repubblica? Si mettono le imprese nelle condizioni di scegliere tra due strade entrambe complesse: la prima è quella di rinunciare tout court all'8% delle tariffe che vengono annualmente pagate dal Governo a fronte dei contratti sottoscritti a suo tempo da chi ha investito nel fotovoltaico; la seconda è accettare la riduzione dei canoni annuali e lo slittamento a 25 anni, quindi di altri 5 anni, dei contributi, che è pur vero che tecnicamente non rappresenterà una perdita poiché il volume dei contributi complessivi resta invariato, ma sarà spalmato nel tempo.

Ovviamente sarà invariato sulla carta, perché la dilazione degli interessi è a carico delle imprese, ma soprattutto resta la difficoltà di rinegoziare con le banche e con chi ha rilasciato i diritti di superficie sui terreni, per ottenere una proroga di 5 anni.

A questo proposito il Governo ha poi annunciato un provvedimento tampone, mettendo in campo la Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe supportare le imprese nel colmare la differenza qualora le banche fossero indisponibili a rinegoziare il debito. Ma l'annuncio del Governo è talmente fumoso che questa strada appare non percorribile, tanto che i grandi fondi si stanno orientando verso la rinuncia tout court all'8%.

Tenuto conto che l'investimento degli impianti fotovoltaici dell'epoca è composto per il 20% dall'equity delle imprese e per l'80% dal debito bancario, la rinuncia dell'8% per le imprese e gli investitori significa perdere la metà dell'investimento in equity, quindi del capitale che hanno sostenuto in passato.

La polemica su chi si è avvantaggiato degli incentivi è inoltre una polemica sterile: la maggior parte degli attuali detentori degli impianti hanno comprato sul mercato secondario impianti autorizzati, realizzati e finanziati da operatori spesso nazionali, che hanno maturato la gran parte dei guadagni su questi progetti.

Gli investitori attuali, invece, hanno comprato con un tasso di rendimento variabile tra il 9 e il 10%, con il presupposto di avere un bond con ritorni più alti di un BTP normale e un rischio d'impresa relativo, e che però oggi si vedono tagliare completamente le aspettative di ritorno dato che molti fondi stanno pensando di restituire alle banche gli impianti senza più gestirli, vista la prospettiva per i prossimi 10 anni di non veder maturare nessun tipo di utile.

La cosa irragionevole di questo provvedimento, che pur ha una sua ragione fondata sull'esigenza di alleggerire le bollette di imprese e famiglie, è che un provvedimento che di fatto "raccimola" 320 milioni di euro diventa un taglio alla credibilità del Paese verso gli investitori, i quali con un articolo durissimo pubblicato proprio in questi giorni dal Wall Street Journal, chiudevano dicendo: "Non bussate più alla nostra porta".

La prossima settimana sembra ci sarà una visita del Sottosegretario al MISE a Londra per trovare investitori, ma lo scoramento generale degli investitori istituzionali è tale che si preparano decine e decine di ricorsi, non soltanto alla corte Costituzionale e alla Magistratura ordinaria Italiana, ma anche a Washington, al pari di quanto è stato fatto per la Spagna, per il Ghana e per la Costa d'Avorio. Ci ritroviamo improvvisamente al rango di Paesi inaffidabili, davanti alle autorità internazionali, a dover rispondere dell'operato.

È un comportamento oggettivamente preoccupante tenuto conto che l'Italia ha 2.300 miliardi di debiti in euro e che ogni giorno piazza debiti sul mercato internazionale, e ancora di più faranno fatica le imprese italiane che adesso, attraverso il meccanismo dei bond, cercano denari sulle piazze internazionali per superare la fase del credit crunch.

La cosa passata inosservata, ma ancora più grave e di cui nessuno parla, è che il Governo ha previsto un "codicillo" che riguarda l'autoproduzione e l'autoconsumo, per cui le imprese che producono energia da fonti rinnovabili e la autoconsumano, in realtà pagheranno gli oneri di sistema, con una tassa che oggi è al 5%, ma che un domani verrà affidata all'Autorità per l'energia che, secondo le esigenze del mercato, tasserà chi autoconsuma l'energia che autoproduce. È paradossale che una famiglia o un'impresa, sganciata dalla rete e autonoma nella produzione e nel consumo di energia da fonti rinnovabili, debba pagare gli oneri di sistema, rendendo di fatto non più profittevole questo tipo di operazione.

Questo è un ulteriore danno allo sviluppo delle fonti rinnovabili, che nelle Smart Grid e nelle Smart Cities avevano le loro ragioni ideali di esistere, così come gli incentivi dovevano servire a sviluppare un settore che ha investito in tecnologia proprio in questo comparto.

Questo è un Decreto a doppio taglio che fa male al settore sia per l'azione retroattiva che per il futuro. Speriamo che il Legislatore si ravveda e in sede parlamentare qualcosa possa cambiare per evitare che il disastro annunciato si verifichi davvero.

Pietro Colucci,

Presidente e AD di Kinexia

Per leggere il testo completo del decreto in Gazzetta Ufficiale, clicca qui

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