Menu

Andrea Molocchi

La Cina sta vivendo un momento difficile per la sua economia, che nel recente passato ha visto solo crescite vertiginose. La moneta del gigante asiatico ha subito una svalutazione senza precedenti negli ultimi 20 anni e più volte si sono registrati dei veri e propri crolli della Borsa.

D’altro canto il Paese sta dando segnali positivi in termini di impegni verso l’ambiente: a novembre il presidente Xi Jinping ha annunciato la volontà di dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2030 puntando alle rinnovabili.

Ma l’economia cinese è volata a prezzo di produzioni altamente inquinanti e la paura che questa crisi possa far pensare ad un ritorno potrebbe non essere priva di fondamento. Eppure alcuni economisti e ambientalisti .

Per fare chiarezza abbiamo intervistato Andrea Molocchi, economista di ECBA Project, società di consulenza specializzata nell’analisi costi-benefici di progetti e politiche di investimento, con una focalizzazione sulle componenti economiche, sociali ed ambientali.

La Cina sta dando segnali positivi di impegno verso l’ambiente, tanto che il nuovo piano per il clima INDC (Intended Nationally Determined Contributions) per la riduzione delle emissioni inquinanti ne prevede un dimezzamento entro il 2030. Quali ripercussioni prevede a breve termine in termini di impatto complessivo? Il gigante asiatico potrà fungere da traino per tutto il continente?

Da vari anni provengono dalla Cina segnali sempre più positivi di impegno ambientale, con una crescente consapevolezza sia dei costi ambientali che si ripercuotono sulla stessa popolazione cinese, sia dei benefici associati all’innovazione tecnologica in chiave ambientale.

Non è un caso che il nuovo piano per il clima cinese non sposi la riduzione delle emissioni in termini assoluti, bensì un obiettivo di riduzione dell’intensità di emissione, pari al 60-65% delle emissioni di gas serra in rapporto al PIL entro il 2030, in maniera tale da conciliare le esigenze di crescita dell’economia cinese con quelle di riduzione delle emissioni, attraverso un ambizioso obiettivo di efficientamento ambientale assolutamente coerente con le esigenze di competitività dell’economia.

Se l’economia cinese continuerà a crescere a ritmo sostenuto, le emissioni assolute della Cina continueranno a crescere. Quello che possiamo auspicare è che il picco e la conseguente riduzione delle emissioni dell’economia cinese avvenga ben prima del 2030 attualmente previsto, anche attraverso programmi di collaborazione tecnologica con l’UE sulle tecnologie dell’efficienza energetica, per accelerare il processo di decarbonizzazione dell’economia cinese.

Fra l’altro, delle opportunità della green economy per l’industria italiana all’estero e dei programmi di cooperazione Italia-Cina se ne parlerà quest’anno in occasione degli Stati Generali della green economy, il 3-4 novembre a Ecomondo.

La recente crisi economica che ha colpito il gigante asiatico, che ha provocato una svalutazione dello yuan senza precedenti negli ultimi 20 anni, ha fatto impensierire gli equilibri economici mondiali. In Occidente si teme che anche sul fronte ambientale ci siano forti ripercussioni, in quanto la Cina potrebbe essere nuovamente attirata dal carbone a buon mercato. Ci sarà quindi da aspettarsi un freno alla svolta ambientalista?

Da alcuni anni la Cina è diventata grande importatrice di carbone, per cui la svalutazione dello yuan dovrebbe semmai disincentivare il ricorso al carbone e liberare opportunità a favore dello sfruttamento delle riserve interne di shale gas, come fonte fossile di transizione, utile nel processo di graduale decarbonizzazione dell’economia.

Si pensi che oggi il gas incide nel mix energetico cinese per appena il 9%, contro il 63% del carbone. Inoltre la svalutazione della moneta cinese aumenterà la competitività delle tecnologie a rinnovabili prodotte in Cina, a partire dal solare, forte non solo sui mercati esteri ma trainato anche da un mercato interno in fortissima espansione, al ritmo di 14 GW l’anno.

La Cina oggi contribuisce al 25% delle emissioni globali, ma ha già raggiunto il 29% degli investimenti globali in fonti rinnovabili. La svolta ambientalista converrà sempre di più alla Cina.

Per anni la Cina ha registrato una crescita esponenziale dovuta soprattutto agli investimenti del governo in tipi di industria altamente inquinanti, ma che poi si sono rivelati non sostenibili. In questo momento di crisi è pensabile che questi modelli possano tornare di moda generando ancora profitti considerevoli?

Non è una questione di moda, ma innanzitutto un fenomeno economico e culturale. La globalizzazione ha spinto le produzioni inquinanti verso paesi con un’ampia forza lavoro bisognosa di lavorare, ma anche inconsapevole e vulnerabile alle esternalità ambientali.

Dopo la Cina, ci sono Paesi più poveri che in assenza di un’assunzione di responsabilità globale alla Conferenza sul clima di Parigi, rischiano di adottare tecnologie superate per la produzione di beni di cui tutto il mondo ha bisogno. Occorre lavorare su politiche di sviluppo che mettano al centro la tutela del patrimonio naturale e umano, non il loro sfruttamento.

Il presidente cinese ha definito “nuova normalità” la svolta cinese in campo ambientale. Secondo Fergus Green, analista del London School of Economics’ Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment, questa affermazione è “un’ammissione che la struttura economica cinese debba cambiare e che comunque sta cambiando”. Siamo dunque di fronte ad un reale cambiamento senza ripensamenti?

Non credo che ci possano essere ripensamenti, perchè la trasformazione ambientale comporta una trasformazione culturale. Come dicevo, non è solo un problema della Cina. È anche nostra responsabilità promuovere la cultura della custodia della nostra casa comune. Promuovere la consapevolezza dei costi esterni ambientali e della necessità di ridurli.

Questo significa valutare costi che i mercati non valutano autonomamente e sviluppare politiche capaci di internalizzarli. Internalizzare i costi esterni non solo dell’anidride carbonica ma anche dell’inquinamento atmosferico, dei suoli e delle acque. É un cambiamento culturale che i paesi sviluppati dovrebbero innanzitutto promuovere al loro interno, anche per essere capaci di trasmettere questa consapevolezza alle nazioni che legittimamente richiedono il loro sviluppo.

Quel che preoccupa oggi è la velocità del cambiamento necessaria per riportare lo sviluppo globale lungo un sentiero di sostenibilità, ma in molti paesi sviluppati siamo ancora ben lontani dal riconoscere le nostre responsabilità storiche verso i paesi più poveri e verso le prossime generazioni.

Gridiamo se il governo non ci sostiene dopo un’alluvione, ma siamo ben lontani dall’idea di dover compensare i danni delle alluvioni in Bangla Desh, tanto meno della Cina. Senza la promozione di una cultura della casa comune in camera nostra difficilmente potremo suggerirla nelle camere degli altri.

Roberta De Carolis

LEGGI anche:

-

- Cina: rinnovabili all’85% entro il 2050. In testa fotovoltaico ed eolico

- La Cina taglia il carbone: in chiusura un’altra centrale

GreenBiz.it

Network