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Caseificio Rebibbia 1

A Rebibbia ci sono persone che lavorano. È nato infatti nel carcere romano un caseificio che rispetta tutte le regole della lavorazione del latte crudo. Si producono 20 chili al giorno di 4 tipi diversi di formaggi e una ricotta con 200 litri di latte biologico provenienti da una cooperativa di Poggio Mirteto in Sabina. Ma soprattutto, le persone che lavorano sono detenute. Il promotore dell’iniziativa è Vincenzo Mancino, titolare del ristorante Proloco DOL.

L’idea è nata da una gara di cucina svolta all’interno del carcere, dove il ristoratore era stato chiamato come giudice. La visita degli spazi e dell’azienda agricola, ma soprattutto cla forza che alcune detenute sprigionavano, sono stati i motori. “Mi fu proposto da Michele, uno degli agronomi dell’azienda, l’utilizzo di quello spazio – ci ha raccontato Mancino - dal nulla come se stesse aspettando qualcuno per farlo. Lì le parole uscirono da sole ‘Facciamoci un caseificio!’”.

Impresa non facile, a quanto ci ha raccontato Mancino. “In Italia avviare un’azienda è già complicato di suo, in carcere le difficoltà sono tante e si raddoppiano […] In realtà le procedure sono abbastanza chiare, bisogna però chiederle alle persone giuste. Poi la burocrazia non lascia scampo neanche in carcere e quindi lascio immaginare il resto. Comunque abbiamo aperto!”.

Per le detenute è un lavoro a tutti gli effetti. Come tutti i dipendenti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri di un qualsiasi lavoratore italiano. Vengono versati loro Inps, assegni familiari, Inail, e i compensi sono accreditati in una cassa della casa. Sono loro poi a decidere se i propri cari possono prenderli o meno.

E come in tutte le aziende di questo tipo c’è sia produzione che la vendita. Il formaggio attualmente viene venduto nel punto vendita/spaccio aziendale del carcere, e da DOL, che lo distribuisce ai suoi clienti romani. L’azienda partecipa poi ad alcune fiere ed è stata ospitata dalla Coldiretti all’interno di un loro mercato. Dal 18 marzo si trova anche in quello di Tiburtina, mentre la Domenica è spesso presente ai mercatini di slowfood.

Caseificio Rebibbia 2

“Per alcune detenute, quelle con la pena più lunga, si prospettano cifre importanti alla liberazione – ha sottolineato l’ideatore - Cifre che potrebbero diventare un lavoro autonomo, magari con l’apertura caseificio”.

D’altronde se vogliamo che il carcere sia anche rieducativo e non solo punitivo, è necessario fornire ai reclusi gli strumenti, anche economici, per riabilitarsi in società.

“Attualmente la reiterazione del reato è altissima – ha però continuato Mancino - i detenuti o gli ex detenuti sono veramente gli ultimi socialmente parlando, alla stregua di profughi e rifugiati politici. I mezzi per la loro reintegrazione sono solo sulla carta: agevolazioni o sgravi fiscali non cambiano la mentalità delle persone, perché leggere una fedina penale sporca ci innesca un sistema di protezione automatica, una sorta di inconscia e atavica paura nei confronti di chi non conosciamo e di chi ha sbagliato”.

Caseificio Rebibbia 3

I soldi di cui potrebbero disporre non cambierebbero probabilmente la mentalità di chi si troverebbe un domani a decidere di quelle persone, che sono ormai marchiate a fuoco. Quindi prospettive di reintegro attualmente restano basse, ma il ristoratore non sembra voler mollare, né per il presente, né per il futuro.

“Il mio sogno è avviare tanti piccoli punti vendita con soli prodotti di imprese sociali carcerarie. E di solito i miei sogni li faccio diventare realtà!”.

Realtà nella quale speriamo anche noi, perché nulla è impossibile per chi vuole.

Roberta De Carolis

Foto: Vincenzo Mancino via Facebook

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