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Anidride carbonica a livelli record: nel 2015 il livello del gas serra in atmosfera ha superato i 400 ppm (parti per milione), per la prima volta da quando queste misure vengono effettuate su scala globale. L’allarme arriva dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale proprio alla vigilia della COP22, la conferenza sul clima, iniziata oggi 7 novembre a Marrakesh (Marocco).

Non che non fosse mai successo prima, ma stavolta, per la prima volta, il superamento della soglia è avvenuto su base media globale e per l’intero anno. Un allarme importante, che fa seriamente preoccupare la lotta ai cambiamenti climatici e che non sembra rientrare nemmeno per l’anno in corso, in quanto le previsioni per il 2016 indicano lo stesso trend.

Che pericoli stiamo correndo? Cosa possiamo fare davvero? Per approfondire la questione abbiamo intervistato il climatologo ENEA Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio ‘Modellistica climatica e impatti’.

Il mondo prende accordi sul clima e il quantitativo di anidride carbonica in atmosfera arriva a livelli record: cosa non sta funzionando?

Stiamo parlando di un accordo, non di un accordo che viene messo in pratica, che è stato scritto a dicembre dell’anno scorso, ma che poi ha visto passare un anno prima le Nazioni facessero propria questa iniziativa (basti pensare che l’Italia ha finito di discutere di questo appena qualche settimana fa). Quindi in questo anno nessuno si è messo a mettere in pratica le azioni previste nel corso della COP21 di Parigi.

Nonostante i buoni propositi, la quantità di anidride carbonica continua a crescere, quindi non bastano le parole, sono necessari i fatti. Ora si spera che alla COP22 di Marrakesh che sta per iniziare (oggi 7 novembre per l’esattezza, N.d.R.), tutti i Paesi portino “in dote” la ratifica del trattato di Parigi, e che si inizi a lavorare realmente.

L’aumento dell’anidride carbonica significa che non stiamo provvedendo realmente a nulla. Le buone pratiche devono essere messe tutte a sistema, a partire dai Paesi industrializzati particolarmente impattanti come India e Cina.

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Quali fattori hanno contribuito in modo particolare a questa impennata?

In realtà non c’è stata una particolare impennata di anidride carbonica in atmosfera, nel senso che in realtà dal 1860 ad oggi i livelli del gas sono sempre aumentati, un po’ perché, nonostante i nostri oceani fungano da “spugne” assorbendo circa un terzo dell’anidride carbonica emessa (mettendo a rischio in realtà il pH dell’oceano stesso), questo non è bastato, perché abbiamo continuato ad emettere.

Teniamo poi conto che alcuni Paesi che prima erano considerati in via di sviluppo, ora sono quelli che ne producono di più, soprattutto India e Cina, portando ad un’accelerazione nelle emissioni piuttosto considerevole.

Inoltre bisogna considerare anche la variabilità naturale del clima. Il 2016 è stato un anno particolarmente caldo, che ha battuto il 2015 e che a sua volta ha battuto il 2014, e così via. A causa del Niño, (fenomeno climatico periodico che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale, N.d.R.), l’oceano Pacifico ha immesso in atmosfera molto più caldo di quanto non ci fosse già, e quindi il Pianeta si è riscaldato di più.

Ma in modo particolare quest’anno, il Niño ha contribuito alla morte di molta vegetazione e, come sappiamo, la vegetazione è uno dei fattori che maggiormente contribuisce alla riduzione dell’anidride carbonica, con produzione di ossigeno.

Tuttavia, un Niño così intenso e lungo sembra a sua volta dovuto ai cambiamenti climatici. In poche parole produciamo anidride carbonica, quindi abbiamo un Pianeta più caldo che riesce ad interagire con la variabilità naturale in modo “innaturale”.

Poiché nessuno si è realmente impegnato per mettere in pratica le decisioni di Parigi, il trend ha continuato ad aumentare. E l’anno scorso, comunque, non stavamo molto meglio. Quest’anno abbiamo “semplicemente” superato questo limite psicologico di 400 ppm.

Il fatto che l’allarme sia stato lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Meteorologia e con qualche settimana di anticipo rispetto alla COP22 non è un caso: è un modo per sottolineare a chi si dovrà incontrare Marrakesh che nel frattempo è passato un anno dall’ultima COP, senza alcuna messa in pratica dell’accordo. È anche un modo per rifocalizzare l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici e far capire che i buoni propositi senza le azioni non bastano.

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Quali sono le misure più urgenti per far fronte a questa crisi e quali quelle per una sicurezza a lungo termine?

Bisogna assolutamente ridurre le emissioni di gas serra, quindi sicuramente anidride carbonica, ma anche metano, cercando di limitare l’aumento di temperatura del Pianeta ai 2°C. E parliamoci chiaro: un Pianeta con 2°C in più sarà diverso da quello che conosciamo oggi.

Già oggi abbiamo una Terra con quasi 1°C in più rispetto al periodo pre-industriale, e dal 1860 ad oggi il Pianeta si è trasformato. Lo vediamo con i nostri occhi, con uragani devastanti come il Matthew, con un’intensità di crescita esponenziale come mai in precedenza, e zone colpite da siccità (soprattutto in Africa e Medio-Oriente).

Non possiamo dunque immaginare cosa accadrà quando raggiungeremo i 2°C di temperatura in più. Questo significa che ci troveremo in un mondo comunque differente per il clima ma probabilmente ancora abbastanza gestibile e adattabile anche dal punto di vista economico.

Ma non significa che non sono necessarie misure per renderci preparati a questo cambiamento. Parigi ha messo questo limite sperando che sia sufficientemente “maneggiabile”: l’aumento di 2°C non è un numero a caso.

Proporre 1°C sarebbe stato sciocco visto che questo aumento lo stiamo già vivendo. Ma oltre i 2°C si sconvolgerebbe il Pianeta, al punto di creare situazioni di non ritorno. Un esempio per tutti, il ghiaccio al Polo Nord si scioglierebbe in maniera completa d’estate.

Questo significa che non saremmo in grado di ricostruire lo stesso strato di ghiaccio l’inverno successivo. E poiché l’acqua ha una capacità di assorbire calore superiore a quella del ghiaccio, l’anno successivo avremmo bisogno di molto più freddo per ricostruire la calotta polare.

E c’è chi dice che già i 2°C siano un limite troppo pericoloso, quindi superarlo è un esperimento che non vale la pena fare, anche perché la Terra è unica e se l’esperimento va male non possiamo tornare indietro.

Come tenere l’aumento entro i 2°C? Cambiare i trasporti, che emettono più anidride carbonica in assoluto, e in generare cambiare il modo di produrre energia. Dobbiamo andare verso i veicoli elettrici, verso le fonti rinnovabili. E in ogni caso, anche comportandoci bene, stiamo andando verso un mondo diverso.

Limitare le emissioni è qualcosa che si può fare solo a livello politico, e soprattutto globale, ed è l’arma più potente per realizzare la mitigazione del clima. Ma accanto a questa c’è l’adattamento, e per essere preparati a doverci adattare vanno generati dei dati di clima. L’ENEA, e il nostro laboratorio in particolare, gestisce l’unico database al mondo di dati climatici dell’area del Mediterraneo.

Per progettare dei sistemi di adattamento non serve infatti dire semplicemente che la temperatura aumenterà di 2°C in media sulla Terra, ma è necessario sapere cosa avviene in zone specifiche, nemmeno per ogni Nazione, ma per ogni regione.

Generare questi dati è estremamente costoso, perché è ovviamente necessario usare dei supercalcolatori, e non c’è nessuno in grado di fornire questi dati al dettaglio per tutto il mondo, quindi ognuno lo fa per il proprio Paese, per il proprio continente.

In questo sforzo internazionale che si chiama CORDEX (Coordinated Regional Climate Downscaling Experiment), c’è un’area piccola, il cosiddetto MED-CORDEX, ovvero l’esperimento coordinato per l’area mediterranea che ha come centro proprio l’Italia, realizzato da una serie di istituti che ovviamente si affacciano nell’area mediterranea (italiani, spagnoli, francesi, tunisini), i quali stanno generando dei dati di simulazione e proiezioni climatiche per l’area del Mediterraneo.

Tutti questi dati vengono immagazzinati qui, nel centro ENEA Casaccia, che quindi è il depositario della miglior informazioni climatiche che possiamo avere sul nostro Paese e sulla regione del Mediterraneo.

Qui dunque non si sviluppano solo modelli climatici, ma si gestisce il database di tutta la compagine europea che si affaccia sul Mediterraneo. Questi dati sono di una ricchezza incredibile e sono la base di cui abbiamo bisogno per definire le strategie di adattamento.

Redazione GreenBiz.it

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