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sabbie bituminose 0Negli anni, la crescente domanda di petrolio ha portato a cercare riserve alternative alle fonti più tradizionali: tra queste ci sono le cosiddette "tar sand", le sabbie bituminose, i cui principali giacimenti si trovano in Canada, a nord dell'Alberta, e in Venezuela.

Le sabbie bituminose sono depositi semi-solidi e non convenzionali di petrolio, che deve essere estratto attraverso un processo di lavorazione piuttosto costoso ed energivoro, con conseguenze drammatiche per gli ecosistemi.

Basti pensare che, dal 1967 ad oggi, nell'Alberta sono stati distrutti chilometri e chilometri di foresta boreale, alterando in modo irreversibile il paesaggio, colpendo le comunità aborigene che vivevano di caccia e pesca nella regione e privando numerose specie animali del loro habitat naturale. Le distese di conifere sono state soppiantate da enormi miniere a cielo aperto e da imponenti raffinerie che, oltre a consumare risorse ingenti, riversano nell'ambiente circostante i propri scarti di lavorazione, tra cui dei liquami altamente inquinanti.

Sia il Governo dell'Alberta che il Governo federale canadese hanno consentito (e continuano tuttora a consentire) la nascita di raffinerie e miniere, attratti dalle enormi prospettive di sviluppo economico derivate dal petrolio. Secondo gli indigeni e gli ambientalisti, agendo in questo modo le istituzioni hanno tutelato soprattutto gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, a spese dell'ambiente e delle popolazioni locali: oltre alla deforestazione e alla compromissione del paesaggio, vengono menzionati anche danni alla salute degli abitanti dell'area, con un tasso di tumori e malattie autoimmuni che sarebbe moltiplicato negli ultimi 30 anni.

I movimenti ambientalisti e i giornalisti che hanno cercato di occuparsi dello sfruttamento delle sabbie bituminose nell'Alberta lamentano un atteggiamento particolarmente ostile e reticente da parte delle istituzioni, sia a livello locale che federale, come racconta un articolo piuttosto critico apparso nei giorni scorsi su Think Progress.

I reporter stranieri vengono sottoposti a controlli doganali eccezionalmente severi e scrupolosi prima di potersi avventurare nella regione e sono numerosi gli attivisti e giornalisti si sono visti bollare come "radicali" e, di conseguenza, come "indesiderati" proprio a causa dell'impegno a tutela dell'ambiente (tra gli altri, anche Greenpeace, che ha più volte denunciato l'impatto drammatico dell'estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose sull'ambiente circostante, viene trattata come un'organizzazione "estremista").

Secondo il report annuale pubblicato dall'associazione no profit Canadian Journalists for Free Expression (CJFE), negli ultimi anni il Governo federale guidato dal conservatore Stephen Harper, strenuo sostenitore dello sfruttamento delle sabbie bituminose, si è adoperato su due fronti per impedire ai giornalisti di affrontare il tema delle miniere dell'Alberta: da un lato, chiunque voglia ottenere informazioni sui progetti e sulle attività di estrazione del petrolio è costretto a seguire un iter burocratico sfiancante e farraginoso, che spesso termina con un nulla di fatto; dall'altro c'è stato un taglio drastico dei fondi destinati alla ricerca scientifica.

Per questo, anche per i reporter più intraprendenti è diventato quasi impossibile investigare sulle attività estrattive collegate alle sabbie bituminose, magari approfondendone da un punto di vista scientifico le conseguenze per l'ambiente e per la salute umana.

E nel frattempo in Canada, nonostante gli impegni che il Paese nordamericano ha assunto in ambito internazionale sul fronte della riduzione delle emissioni, si continua a scavare e a sfruttare una fonte di energia che è non soltanto altamente inquinante ma anche economicamente poco sostenibile.

Lisa Vagnozzi

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