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Le nuove norme sull'inquinamento dell'aria attualmente all'esame dell'Unione Europea comporterebbero un indebolimento degli standard già esistenti: lo sostiene Health and economic implications of alternative emission limits for coal-fired power plants in the EU, uno studio commissionato dall'European Environmental Bureau e da Greenpeace.

Secondo la ricerca, l'involuzione della normativa europea potrebbe determinare, in tutto il continente, circa 71.200 morti evitabili nel decennio 2020-2029, a causa di un aumento del rischio di ictus, di malattie cardiache, di asma e di altre patologie associate all'inquinamento atmosferico.

All'indomani della pubblicazione, da parte della Commissione Europea, dei dati relativi alle emissioni industriali e al sistema ETS, che vedono le emissioni di gas serra in calo del 4,5% nel 2014 rispetto ai livelli del 2013, arriva dunque una doccia fredda.

Attualmente, infatti, l'Unione Europea sta lavorando ad un documento (BREF, Best available technique Reference document) per aggiornare gli standard relativi alle prestazioni ambientali dei grandi impianti di combustione, tra cui anche le centrali elettriche a carbone.

In linea teorica, i livelli di emissione per gli impianti esistenti, che si applicheranno a partire dal 2020, dovrebbero essere basati sulle "migliori tecniche disponibili sul mercato". Eppure, le proposte in discussione sono di gran lunga più deboli rispetto agli standard già previsti per le centrali a carbone esistenti, sia nella stessa Europa che in Cina, Giappone e Stati Uniti.

Anziché portare ad un miglioramento della situazione, insomma, le nuove norme rappresenterebbero un passo indietro nella regolamentazione delle emissioni delle centrali a carbone. Un'involuzione che, stando allo studio diffuso dall'EEB e da Greenpeace, avrebbe anche un impatto notevole sulla spesa sanitaria dei Paesi membri dell'Unione.

Si stima, infatti, che, nel periodo compreso tra il 2020 e il 2029, i congedi per malattia dovuti ad una maggiore diffusione di patologie collegate all'inquinamento dell'aria potrebbero superare i 23 milioni di giorni lavorativi, gravando sulle tasche dei contribuenti per oltre 52 miliardi di euro.

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"I decisori della UE non dovrebbero abbassare le norme ambientali già previste e all'avanguardia ai livelli dei ritardatari industriali, né basarle sulle opzioni che costano meno." – è il monito di Christian Schaible, Responsabile delle Politiche di produzione industriale presso l'EEB, che aggiunge: – "[...] Al contrario, legare i livelli previsti dalle norme agli standard raggiungibili applicando le migliori tecnologie esistenti porterebbe enormi benefici, con un ritorno economico stimato di circa 6,36 miliardi ogni anno. I politici hanno l'obbligo morale di prevenire le morti evitabili e gli impatti a lungo termine sulla salute dei cittadini, e hanno il dovere di farlo sulla base di due principi: quello per cui chi inquina paga e quello per cui è meglio prevenire piuttosto che curare."

All'inizio del prossimo mese di giugno, un gruppo di esperti nominato dalla UE, che include anche membri dell'EEB, si riunirà per valutare le nuove proposte e pervenire ad un testo definitivo, che dovrà essere votato dagli Stati membri entro la fine dell'anno.

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Greenpeace, l'EEB e altre ONG hanno già espresso timori che le lobby del carbone possano inquinare il voto, determinando il temuto abbassamento degli standard e un peggioramento generalizzato della normativa.

Lisa Vagnozzi

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