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cambiamento 600Alcuni dei big delle fossili supporterebbero un accordo globale contro i cambiamenti climatici. Lo rivela il Carbon Disclosure Project, che ha analizzato le informazioni a questo proposito di oltre 2000 società quotate in borsa, compresi 28 dei più grandi attori del panorama energetico.

Un accordo internazionale per limitare i cambiamenti climatici e la temperatura al di sotto di 2 gradi sarebbe accolto con favore dai vertici? È questa la domanda posta, in sostanza, e nessuna delle società in questione lo ha escluso categoricamente, sebbene potrebbe portare alla situazione per cui grandi quantità di riserve di fonti fossili resterebbero nel sottosuolo. Quasi la metà, invece, ha dichiarato che vorrebbe un accordo globale, tra questi anche grandi nomi come Gazprom. Nel dettaglio: 806 società sarebbero favorevoli, 111 no. Resta il fatto che la maggior parte degli interpellati – 1075 – non ha un’opinione.

Come leggere questi dati? Secondo l’executive chairman del CDP, Paul Dickinson, ormai le grandi società e i loro investitori apprezzerebbero un cambiamento come modo per garantire prosperità e crescita, un’idea che ormai si fa largo, appoggiata anche da Lord Stern, che recentemente ha affermato che la lotta contro i cambiamenti climatici si tradurrà in un nuovo impulso per l’economia globale.

D’altra parte sono sempre più le aziende che stanno cambiando modello di produzione e stanno adottando pratiche sostenibili in relazione alle maggiori sfide su clima, energia, cibo, acqua e scarsità di risorse. Anche il sistema bancario sta spostando le priorità verso investimenti a favore delle rinnovabili, mentre la consapevolezza di dover sempre tenere presenti obiettivi di csr è ormai elevata, così come la percezione dei rischi derivanti dal mantenimento dello stesso modello.

Il problema è che si cerca sempre di ottenere il profitto più alto e mancano ancora sistemi istituzionali e politici in grado di supportare davvero gli investimenti green eliminando restrizioni e minimizzando i rischi. Se le barriere non ci fossero, d’altra parte, non avremmo bisogno di negoziati internazionali e di obiettivi rigidi da fissare per obbligare tutti ad un cambio di passo.

La Conferenza Onu di Parigi potrebbe essere una strada più breve per organizzarsi. Negli ultimi 4 mesi la mobilitazione del mondo business è stata massiccia. Con in testa la World Bank, oltre 1000 aziende e investitori e oltre 70 Paesi chiedono che si fissi un prezzo del carbone, consapevoli che insieme all’eliminazione dei sussidi alle fossili questo possa spingere gli investimenti verso fonti pulite.

Nel G7 di giugno poi i leader del mondo hanno riconosciuto l’importanza del taglio delle emissioni e di strategie a lungo termine che siano low-carbon. Ma serve che si sviluppino anche nuove tecnologie e nuove soluzioni, per questo è nata ad esempio la Low Carbon Technology Partnerships Initiative, con alle spalle il World Business Council for Sustainable Development in partnership con l’International Energy Agency e la Sustainable Development Solutions Network. Ma al momento, in vista di Parigi, sebbene regni l’ottimismo legato ai progetti già in atto, ad essere in numero maggiore sono soprattutto le ambizioni.

Anna Tita Gallo

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