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ives2Cosa vuol dire essere donne oggi? Purtroppo la cronaca, dopo battaglie durate decenni, ci racconta ancora storie di braccianti che muoiono nei campi, modelle anoressiche, femminicidio e disparità di trattamento nel mondo del lavoro. Con lati positivi, ovviamente, che però non devono farci smettere di lottare per conquistare altro terreno. L’8 marzo è sempre un giorno di riflessione, ma andiamo oltre le campagne, i messaggi commerciali e gli hashtag.

CON LA CRISI CRESCE IL DIVARIO TRA DONNE DEL NORD E DEL SUD

Si riducono le differenze di genere al lavoro. E’ una buona notizia? Non del tutto, visto che questo dato è legato ad un peggioramento della situazione degli uomini e non ad un vero miglioramento di quella delle donne. Anzi, aumentano le differenze tra donne. Le giovani da 25 a 34 anni che lavoravano al Nord nel terzo trimestre del 2008 erano il 73,7% del totale, al Sud lavorava il 37,7%, la metà; le donne da 35 a 44 anni che lavoravano al Nord erano invece il 76% dei casi, al Sud il 41,5%. Con la crisi recente questo gap si è ridotto, ma al ribasso per tutte e sono le donne del Nord a farne maggiormente le spese: la prima fascia di età perde 10 punti percentuali di tasso di occupazione al Nord, 3 al Sud. Il divario resta importante. Al Sud si riscontra anche un basso livello di istruzione, al massimo la licenza media inferiore, che riduce le possibilità di trovare un lavoro. Qui il tasso di occupazione è intorno al 20 per cento. Le differenze si incontrano anche in altri aspetti come la divisione dei ruoli nella coppia: nelle coppie tra 25 e 44 anni in cui entrambi i partner lavorano e si hanno figli, si è abbassato l’indice di asimmetria ma è un dato che riguarda soprattutto il Centro Nord. Al Sud la situazione è sostanzialmente uguale a 6 anni prima.

I DRAMMI DELLE DONNE LAVORATRICI

E’ vero, esistono le Marissa Mayer. Il Ceo di Yahoo! era incinta di 5 mesi quando è stata nominata, concedendosi solo 2 settimane di congedo e dichiarando poi di lavorare 130 ore alla settimana come segreto del successo. Per molti un esempio, per altri discutibile emblema di come oggi una donna debba lavorare il doppio per arrivare a posizioni di rilievo, trascurando presumibilmente i legami affettivi. Sicuramente una donna che riesce a godersi la vita. Esistono però anche le vittime del caporalato come Paola Clemente, bracciante nei campi pugliesi per pochi euro al giorno, deceduta per ragioni al momento non direttamente collegate al lavoro e alla routine terribile che doveva sopportare. Un caso estremo? No, visto che la situazione di Paola è quella purtroppo subita da troppe donne nel mondo, in un 2017 in cui le parole “braccianti” e “caporali” suonano come provenienti da un’altra epoca eppure trovano espressione concreta in territori lontani come nei campi italiani.

LA PUBBLICITA’ CHE ANCORA EVOCA LE DONNE-OGGETTO

Da un lato le modelle curvy e le donne che sin da adolescenti riaffermano la voglia di essere semplicemente se stesse, con pregi e difetti, entrambi da esibire, ammesso che le differenze tra i corpi normali e quelli delle riviste patinate siano etichettabili come difetti. Protagoniste di selfie e scatti fotografici sui social network sono donne normali, umane, che tendono a volersi imporre per come sono anche quando assumono pose da dive improvvisate. I kg di troppo (di troppo rispetto ai corpi esili ai limiti dell’accettabile delle modelle del passato) sono sfoggiati come appartenenti ad una categoria di bellezza che ha tutti i diritti di sfilare sulle passerelle e di apparire sui cataloghi.

E’ il mondo curvy, un mondo che ancora però non tutti riescono a maneggiare come dimestichezza, come dimostra il caso Zara, che lo chiama in causa ma poi non ricorda che la parola “curvy” debba necessariamente essere associata a forme piene, desiderabili, emblema di una bellezza tutt’altro che smunta e piatta. Associato a due ragazze come quelle scelte in questa campagna significa utilizzare una parola e negarne l’essenza, sminuirla, privarla della forza che porta con sé, la forza di imporre un mondo di normalità che finora è stato ingiustamente bollato come diverso, lontano dai canoni di bellezza che possono comparire sulle copertine. Fail.

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Ma c’è di peggio. Basta guardare come Ives Saint Laurent mostra nel 2017 la donna: piegata, in una posa di sottomissione, magra, troppo magra. Un oggetto del desiderio, forse, nella mente di chi ha scelto lo scatto. Un oggetto bellissimo ritratto in una posa di cattivo gusto, per nulla sexy, per noi e chi ha un minimo di sensibilità. Un’immagine inaccettabile per le donne ma anche per tutti gli uomini che sostengono le ragioni delle donne di oggi. Un’immagine – ora ritirata - che però scredita non le donne ma il brand e purtroppo anche la pubblicità.

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Anna Tita Gallo

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