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plasticBag_1794903cContinua la polemica tra Assobioplastiche, associazione che riunisce i produttori ed i trasformatori italiani ed europei di bioplastiche biodegradabili e compostabili ed il movimento ecologista europeo FareAmbiente in tema di bio shopper.

Oggetto del contendere è quanto stabilito dal d.l. 25 gennaio 2012, n. 2 (c.d. decreto Ambiente), attualmente in fase di conversione, ed in particolare dall'articolo 2 del testo che stabilisce che le bio shopper debbano essere completamente biodegradabili e compostabili secondo la norma europea EN13432 e impedisce l’uso di additivi chimici che accelerano il processo di degradazione della plastica.

Ma andiamo con ordine nel ricostruire la vicenda per comprendere le posizioni di entrambe le associazioni.

Sull’edizione de “Il Giornale” del 30 dicembre scorso, FareAmbiente insieme a 13 aziende del settore della plastica tradizionale pubblicano una lettera aperta rivolta al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico dove l’imposizione per legge della bioplastica compostabile per la realizzazione di shopper viene definita iniqua e nefasta sia per l'ambiente che per l'occupazione" ed a rischio "oligopolio".

Segue l’azione di AssoEcoPlast, associazione di categoria che riunisce circa 100 aziende che operano nel settore della plastica tradizionale, la quale presenta una richiesta di intervento all’Antitrust. Infatti, secondo l’associazione, il decreto ambiente “introdurrà una palese distorsione del mercato della plastica per imballaggi, favorendo in pratica una sola azienda del settore", ossia la Novamont. Inoltre "nel favorire un solo operatore, il dl, così come approvato dal Senato, danneggerà enormemente centinaia di aziende del settore, mettendo così a rischio 8/10.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale e, in pratica, un'intera filiera industriale.

Assobioplastiche si difende dalle accuse notificando, il 29 febbraio scorso, un atto di citazione davanti al Tribunale Civile di Roma per concorrenza sleale nei confronti di Fare Ambiente e delle 13 aziende firmatarie della lettera aperta. L’associazione dei produttori di bioplastiche afferma in proposito di aver preso atto con rammarico di tale pubblicazione perché con essa è stato diffuso un messaggio gravemente inveritiero e fortemente denigratorio delle caratteristiche delle bioplastiche biodegradabili e compostabili, improntato ad una fuorviante comparazione tra queste ultime e la plastica tradizionale.” Quindi la stessa si è vista costretta a rimettersi alle valutazioni terze ed imparziali della magistratura, anche per evitare danni ulteriori all’intero comparto delle bioplastiche biodegradabili e compostabili.

Assobioplastiche con un recente comunicato stampa risponde inoltre anche all’accusa secondo la quale l’introduzione del decreto ambiente favorirebbe la formazione di un monopolio nel mercato italiano delle bioplastiche. L’associazione sottolinea che il mercato e la concorrenza sono ormai globalizzate e che in Italia, oltre a Novamont, operano nel settore delle bioplastiche anche diverse aziende anche straniere (Basf, Sphere e Natureworks). Tutto ciò si è reso possibile “grazie ad implementazione delle recenti politiche industriali che procedono in parallelo o addirittura anticipano le più innovative linee di pensiero sulla bioeconomia, …se si alza la testa e si guarda più avanti si possono intravvedere grandi opportunità e non solo monopoli”.

La reazione di FareAmbiente alla citazione presso il Tribunale di Roma non si fa attendere. Il suo presidente Vincenzo Pepe afferma che l’azione legale di Assobioplastiche è solo un atto di intimidazione e quindi rafforza la convinzione dell’associazione ecologista di essere nel giusto e la spinge a raddoppiare gli sforzi nel portare avanti le proprie ragioni: «Nessuno potrà mai smentire che produrre sacchetti di plastica per l’asporto delle merci alimentari, utilizzando il mais, è un vergognoso atto contro l’ambiente, perché riteniamo “non ecosostenibile” dilapidare importanti risorse alimentari per trasformarle in plastica; e nessuno potrà smentire che sono migliaia le aziende a rischio, con la conseguente perdita di un gran numero di posti di lavoro, se dovesse andare in porto l’iniziativa del governo; come nessuno potrà smentire che è tuttora pendente un procedimento di infrazione dell’Unione Europea contro l’Italia proprio per l’azione disinvolta con la quale il nostro paese introdusse analogo divieto a far data dal 1 gennaio 2011».

Le posizioni rimangono ancora molto distanti, tutto fa prevedere che la “battaglia sui sacchetti di plastica” proseguirà nei prossimi giorni senza esclusione di colpi fuori e dentro le aule dei tribunali.

Paola Valeri

 




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