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Trivelle no Shell

Referendum trivelle: confermato il 17 aprile nonostante le proteste. Nel frattempo però Petroceltic e Shell rinunciano ai nostri mari, la prima al golfo di Taranto, l’altra al largo delle isole Tremiti, a causa delle instabilità politiche che ruotano attorno alla vicenda, come la decisione del Mise di rigettare tutte le istanze entro 12 miglia dalla costa e la possibilità che il referendum blocchi tutte le operazioni.

Greenpeace aveva già dichiarato l’inutilità economica di una simile operazione, data la scarsità del quantitativo di petrolio presente nei nostri mari, accusando apertamente il Governo di non lavorare per il Paese ma per le lobby delle fonti fossili, e nei riguardi di Petroceltic era già stata l’interrogazione parlamentare di Giovanni Paglia, deputato di Sel-Sinistra italiana, che riteneva la società non economicamente in grado di portare avanti il progetto.

Scarsi giacimenti + instabilità = rinuncia, dunque? Ecco cosa ne pensano autorità e associazioni:

Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico:

Spero adesso che, grazie anche a questa scelta, venga messa una volta per tutte la parola fine ad alcune strumentalizzazioni sul tema delle attività di ricerca in mare che erano infondate già prima e che lo sono, a maggior ragione, dopo la decisione della Petroceltic.

Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia:

Prendiamo atto con soddisfazione che, dove non era arrivato il buon senso di alcuni, è invece arrivata la saggezza della società Petroceltic che ha deciso di rinunciare al permesso di ricerca a largo delle Isole Tremiti.

Scopriamo oggi dal comunicato della Petroceltic che anche per loro l’operazione non era economicamente conveniente, come avevamo sostenuto in tanti all’epoca in cui il permesso di ricerca era stato rilasciato. Adesso andiamo avanti, più forti di prima, verso il referendum.

Edoardo Zanchini, Vicepresidente e responsabile energia di Legambiente:

Le trivellazioni nei mari italiani non hanno oggi il futuro che si immaginava il Governo Renzi due anni fa con lo Sblocca Italia. Perchè gli italiani non vogliono le trivelle, come dimostra la protesta di tutti i territori. E poi per il basso prezzo di gas e petrolio, in un mercato quanto mai incerto‎ per le vicende geopolitiche, che toglie ogni certezza agli investimenti.

Per queste ragioni non si comprende perchè il Governo insista con la politica delle trivelle, tanto che il 17 aprile si svolgerà un referendum su questo tema che si sta cercando di boicottare in ogni modo. Renzi avrebbe la possibilità di risolvere il problema, cambiando la legge e fermando le trivelle, in modo da evitare così il referendum, facendo risparmiare 360 milioni di euro allo Stato.

Le rinunce di Shell e Petroceltic sono due buone notizie, su cui hanno pesato i fattori che ho citato: le proteste che hanno creato problemi rispetto all’iter di approvazione e l’incertezza internazionale sui prezzi. Inoltre non essendo i giacimenti italiani particolarmente consistenti, il rischio di impresa era davvero molto alto a fronte di un probabile stop finale.

Nonostante le dichiarazioni del Ministero, dunque, il dubbio che l’operazione, probabilmente antieconomica anche per le stesse compagnie petrolifere, fosse guidata da altri interessi che prescindono da quelli del Paese, resta ed è concreto.

Così come resta una data apparentemente illogica, il 17 aprile, per un referendum che, vista la delicatezza della problematica, avrebbe dovuto puntare ad un’ampia informazione in modo da assicurare la potenza democratica della consultazione.

Le associazioni e le autorità locali promettono una campagna referendaria capillare. Basterà?

Roberta De Carolis

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