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Agricoltura biologica: il nuovo decreto proposto dalla Commissione Europea è in discussione in Parlamento ma già fioccano le polemiche. Diverse le novità introdotte, sia sull’agricoltura biologica che sugli allevamenti, che sembrano indebolire alcune restrizioni attualmente in vigore.

L’ultimo regolamento sul settore è del 2007 (CE 834/2007) al quale sono seguite prima le modalità di applicazione (CE 889/2008) e poi alcune modifiche (UE 271/2010). L’ulteriore intervento presenta alcuni punti oggetto di dibattito, tra cui il via libera alle importazioni da paesi che adottano criteri di produzione poco trasparenti e novità sulle norme antipesticidi, che appaiono più "elastiche".

Altra criticità evidenziata risiede nella soglia dei residui. La norma proposta della Commissione, infatti, prevede sanzioni severe per le aziende di prodotti biologici nei quali fosse rilevata la minima traccia di sostanze fitosanitarie vietate, che però spesso sono accidentali e inevitabili.

A questo proposito lo scorso 25 Gennaio l’associazione Agrinsieme aveva già scritto al Ministro per le Politiche agricole chiedendo chiarimenti su tali contaminazioni. L’Europa ora ritorna sulla questione proponendo una norma potenzialmente dannosa per il settore.

Il nuovo regolamento sul bio elaborato dalla Commissione Europea rischia dunque veramente di mettere in discussione le rigorose norme italiane in materia? Quali sono i punti più pericolosi? Ecco cosa ci hanno risposto le associazioni di categoria.

Vincenzo Vizioli, Presidente Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB):

I punti controversi di questa proposta di regolamento sono: l’abolizione delle deroghe, in particolare sulle sementi, il divieto di azienda mista, la certificazione di gruppo e le soglie di prodotti indesiderati per effetto deriva nei prodotti certificati.

Su questi punti AIAB si è battuta per: il mantenimento delle deroghe fino a disponibilità di sementi biologiche sufficiente quantitativamente e qualitativamente; l’approvazione dell’azienda 100% bio a seguito di accompagnamento tramite le misure dei PSR; lo sviluppo della certificazione di gruppo come strumento; l’assoluta abolizione di soglie di contaminazione.

Questo è decisamente la questione più delicata e compromettente per il settore. Tanto più che il nuovo regolamento è una proposta dell’UE che il mondo bio non ha richiesto poiché l'ultima revisione è del 2007 e nel tempo ci sono state numerose integrazioni. Questa si basa sull’indagine svolta sulle attese verso il prodotto bio dove ha prevalso per il prodotto il criterio di sanità, salubrità e garanzia.

Informare il consumatore che si avvicina al bio con queste aspettative, che potrebbe trovare, benché senza colpa del produttore, gli stessi residui di un prodotto convenzionale, è assolutamente devastante per la credibilità del settore. L’Italia è l’unico paese UE che ha una legge sui limiti di presenza di prodotti non ammessi, che per il bio è lo zero tecnico, cioè il limite di rilevabilità dei laboratori, e si troverebbe unico paese UE a decertificare le produzioni.

L’Italia e i paesi del mediterraneo subiscono una posizione tutta nord europea, dove prevale il commercio e non la produzione, supportata dalla giustificazione che non si può penalizzare chi non ha sbagliato.

Il problema infatti non è penalizzare chi ha subito il danno ma come risarcirlo del mancato riconoscimento di prodotto biologico, perchè quel prodotto con i residui provenienti da contaminazione accidentale, a garanzia di chi consuma e di tutto il settore, non deve essere venduto come biologico.

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Roberto Pinton, segretario Assobio, associazione delle imprese di trasformazione e distribuzione di FederBio:

Prima di tutto, non ci sono “rigorose norme italiane”, un regolamento europeo si applica ovunque nella UE così com’è, anche da noi: quelle definite “rigorose norme italiane” altro non sono che le norme europee già adesso; le poche norme italiane di dettaglio non aggiungono rigore, ma burocrazia. Inoltre la bozza di regolamento presenta criticità, ma non perchè riduca il rigore.

Il consiglio dei ministri UE (cioè l’”assemblea” dei ministri dell’agricoltura dei 28 Paesi) e il Parlamento europeo si sono espressi negativamente sulla proposta della Commissione, convergendo sulle posizioni che come organizzazioni del biologico europeo avevamo espresso, ma la Commissione insiste sulla sua versione, c’è una situazione di stallo.

La Commissione non sembra voler cedere per adeguarsi alla buona posizione di compromesso che si è venuta a configurare tra Consiglio (cioè tra tutti i ministri dell’agricoltura dei diversi Paesi) e Parlamento europeo (l’unico organo europeo eletto democraticamente dai cittadini), e continua invece a premere per l’accettazione della sua proposta anche su alcuni aspetti fondamentali:

A. Il sistema di controllo del biologico da far transitare sotto le competenze della direzione generale SANCO (Salute).

B. La soglia dei residui di pesticidi per i prodotti biologici.

Sul primo punto, è dal 1991 che la materia dell’agricoltura biologica rientra a livello europeo nelle competenze della direzione generale AGRI (Agricoltura) e a livello dei diversi Paesi nelle competenze dei ministeri dell’Agricoltura e degli assessorati regionali all’Agricoltura.

Passare a un’altra direzione generale, a un altro ministero, ad altri venti assessorati è un’eventualità che fa tremare i polsi: ci si troverebbe a relazionarsi con strutture completamente digiune della storia del settore, dell’evoluzione della normativa, dei punti critici, delle stesse competenze tecniche, buttando a mare venticinque anni di esperienza sin qui maturate negli uffici.

L’attuale regolamento dà atto che “il metodo di produzione biologico esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale”, dichiara che “la normativa sulla produzione biologica assume una funzione sempre più rilevante nell’ambito della politica agricola ed è strettamente correlata all’evoluzione dei mercati agricoli” e che “occorre favorire l’ulteriore sviluppo della produzione biologica, in particolare promuovendo l’impiego di nuove tecniche e sostanze più adatte alla produzione”.

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Anche la questione della soglia dei residui ci preoccupa. Nella proposta della Commissione, i prodotti biologici nei quali fosse rilevata la minima traccia di sostanze fitosanitarie dovrebbero essere declassati e le imprese sanzionate.

Capiamoci: nel caso di utilizzo di sostanze chimiche di sintesi, vietate in agricoltura biologica, siamo i primi a chiedere dure sanzioni per i trasgressori, che ingannerebbero il consumatore e svolgerebbero una concorrenza sleale nei confronti del 99,99% degli agricoltori biologici onesti. Ma la proposta non tiene conto della realtà e dei rischi che non dipendono dalla responsabilità dell’agricoltore.

L’Italia è di gran lunga il maggior consumatore in Europa di pesticidi. La struttura tecnica del Ministero dell’Ambiente ha trovato residui di 166 pesticidi diversi nel 55,1% delle acque superficiali, nel 34,4% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti delle acque potabili; nelle acque sotterranee è risultato contaminato il 28,2% dei punti, di prelievo, nel 12,3% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti.

La frequenza di ritrovamento del glifosato, uno degli erbicidi più utilizzati a livello nazionale, è particolarmente elevata: la sostanza (che viene cercata solo in Lombardia, mentre le altre regioni preferiscono glissare sull’argomento) è stata trovata nel 68,2% dei punti delle acque superficiali e il suo metabolita AMPA nel 92% dei punti, quasi sempre in concentrazioni superiori ai limiti!

Si tratta di un pesticida assolutamente vietato in agricoltura biologica, se è finito nelle acque dei nostri fiumi, nei canali e nelle falde acquifere non è certo per responsabilità degli agricoltori biologici, che mai l’hanno utilizzato, ma è per unica responsabilità degli agricoltori convenzionali, delle normative nazionali e regionali che lo hanno autorizzato senza cautele e con che risultati vediamo.

Pensare di imporre all’agricoltore biologico che si trovasse a patire il danno della contaminazione delle proprie coltivazioni con sostanze che non ha usato, ma sono state usate da altri con la benedizione delle autorità sanitarie nazionali e regionali, e addirittura sanzionarlo è abominevole.

Dobbiamo parlare, piuttosto, di serie misure per indennizzarlo per il danno che ha patito per responsabilità di altri. Altrimenti passa il criterio in base al quale chi sta guidando regolarmente per la strada e viene travolto da un’altra auto che passa col rosso non solo non deve essere indennizzato, ma gli si deve pure ritirare la patente: è evidentemente insensato.

L’agricoltura biologica deve essere favorita anche nelle zone ecologicamente compromesse che è necessario rinaturalizzare; nessun metodo agricolo è in grado, come quello biologico, di ripristinare le condizioni ottimali, grazie al non uso di sostanze chimiche di sintesi, all’attenzione a tutelare e aumentare la fertilità naturale dei suoli, alle rotazioni agrarie e alle tecniche sostenibili che adotta.

Per maggiori informazioni sulla normativa attualmente in vigore:

Regolamento bio UE 2007

Modalità di applicazione regolamento bio UE 2008

Modifica regolamento bio UE 2010

Roberta De Carolis

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