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efficienza agricoltura

Agricoltura: consumi in calo, ma con efficienza energetica si possono avere risparmi fino al 70%. Secondo i dati pubblicati dall’ENEA gli sprechi si stanno riducendo, ma restano ampi margini di miglioramento grazie alle tecnologie green, sia nel settore agricolo che in quello alimentare. Anche questo comparto, d’altronde, dovrà contribuire all’ottenimento degli obbiettivi europei del 2030 sui cambiamenti climatici siglati nella COP 21 di Parigi.

L’ENEA per questo ha recentemente firmato un protocollo di intesa con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF) per promuovere l’efficienza energetica e l’utilizzo di fonti rinnovabili nel settore agricolo, forestale e nell’agroindustria, con l’obbiettivo di promuovere l’utilizzo di tecnologie green con un ritorno degli investimenti in 5/7 anni.

Ma qual è il quadro complessivo nel nostro paese? A che punto siamo nello sviluppo di tecnologie e sistemi low cost per migliorare l’efficienza energetica nel settore agricolo-alimentare in vista degli obiettivi europei entro il 2030? L’abbiamo chiesto alle principali associazioni di categoria.

Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura:

I consumi totali di energia finale del sistema agricolo-alimentare, rappresentano il 32% su scala mondiale, il 26% nell’Unione Europea e circa il 13% nel 2013 a livello nazionale (circa 3% il solo settore agricolo). Le filiere agricole e agroalimentari richiedono energia fossile in termini diretti per i macchinari, la trasformazione, il condizionamento climatico e la commercializzazione, in termini indiretti per i fitosanitari, i fertilizzanti e i materiali plastici.

Con interventi di efficientamento energetico pensati specificamente per le PMI agricole, come quelli relativi agli impianti a vapore (caldaie e sistemi di distribuzione del calore), ai sistemi ad aria compressa (implicati nell’essiccazione, nel convogliamento dei prodotti su nastri trasportatori, nel lavaggio e mondatura di frutta e verdura, confezionamento, ecc.), nei processi di raffreddamento e refrigerazione, nel riscaldamento e illuminazione degli impianti e degli edifici, si potrebbe conseguire un risparmio che andrebbe dal 15 a 25% sul totale dell’energia consumata.

Le imprese agricole, però, in questi anni, non hanno trovato nei diversi regimi d’incentivazione a supporto dell’efficienza (conto termico e meccanismo dei certificati bianchi), strumenti pienamente rispondenti alle loro necessità e caratteristiche. Praticamente l’incentivazione di impianti di riscaldamento alimentati a biomassa legnosa nel settore della serricoltura, ad oggi, è uno dei pochi interventi significativi in agricoltura in tema di efficienza energetica.

Al contempo va però sottolineato che l’agricoltura sta contribuendo notevolmente alla diminuzione dell’impiego di energia di origine fossile con lo sviluppo delle agroenergie: biogas, biomasse,biometano e favorendo il ripristino della sostanza organica nei suoli attraverso l’utilizzazione agronomica del digestato. Inoltre il settore agroforestale è l’unico comparto che contribuisce all’assorbimento di anidride carbonica, sia con le foreste e le coltivazioni, sia con specifiche tecniche di gestione dei suoli e dei pascoli.

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Dino Scanavino, Presidente nazionale Confederazione Italiana Agricoltori (CIA):

É innegabile che sulla tematica c’è oggi nel nostro Paese una sensibilità e un’attenzione diversa dal passato. Le rinnovabili sono entrate prepotentemente nel quadro più complessivo d’interesse nel settore agricolo, essendo considerate una grande opportunità per i coltivatori. Tale fenomeno dovrà però essere ben governato, rispettando rigorosamente l’equilibrio tra la produzione food e non food.

Con questa filosofia assume una rilevanza centrale la valorizzazione del patrimonio forestale anche alla luce delle sfide odierne rappresentate dal contenimento dei cambiamenti climatici. Come CIA crediamo molto nelle biomasse anche perché rappresentano la prima fonte rinnovabile del Paese e grazie alla termica da biomasse l’Italia ha raggiunto e superato l’obiettivo europeo del 17% di energia rinnovabile, con 6 anni di anticipo sulla deadline del 2020 (siamo al 17,1%).

Senza l’apporto della termica da biomasse questa percentuale scenderebbe a 12,2%, bocciando il nostro Paese in rapporto agli impegni assunti con l’Unione Europea. Il settore della termica da biomasse ha un ruolo chiave e lo dobbiamo ribadire.

Al contempo dobbiamo evidenziare le carenze delle base dati prese a riferimento per le biomasse e il loro contributo alla produzione di PM 10 (particolato atmosferico, Nd.R.). Secondo i dati del Bilancio Energetico Nazionale (BEN) il consumo domestico di legna e pellet è aumentato di 5 volte in 8 anni, e secondo i dati dell’Ispra (2015) il PM10 prodotto annualmente dalla combustione residenziale (<35 kW) di legna e pellet è pari a circa 114 kt, 5 volte superiore a quello prodotto dal traffico.

Ma nostre recenti elaborazioni realizzate con AIEL (la nostra Associazione di riferimento per le energie rinnovabili) evidenziano che i dati ufficiali su consumi ed emissioni di PM10 dalla combustione domestica di legna e pellet mostrano lacune e discrepanze rispetto alla realtà. Secondo la serie storica di AIEL dal 1999-2014, infatti, e secondo quella del GSE dal 2010 al 2014, l’aumento del consumo si ferma al 16-22%.

È evidente come ci sia una necessità fortissima di fare chiarezza sui numeri degli inventari delle emissioni perché solo così si potranno dare delle basi solide alle scelte politiche e di governo del territorio.

Consapevole che esiste comunque una criticità che va affrontata e risolta Cia-Agricoltori Italiani e la propria Associazione ha stilato un decalogo di misure che, se attuate tempestivamente, permettono di ridurre le emissioni di PM10 del 50%. Queste proposte sono pubbliche e consultabili su www.aiel.cia.it.

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Gian Felice Clemente, Comitato scientifico FederBio:

Ad oggi, diverse ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’applicazione del metodo biologico può rappresentare una valida alternativa a quello convenzionale per quanto riguarda la minore emissione di gas serra, i minori consumi energetici e la maggiora capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici.

In particolare, l’agricoltura biologica contribuisce a migliorare l’efficienza energetica nel sistema agricolo-alimentare dal momento che consuma oltre il 30% di energia in meno rispetto a quella tradizionale, grazie all’adozione di pratiche agronomiche e tecniche colturali meno dipendenti dalle energie fossili e a una maggiore efficienza nella fissazione biologica dell’azoto. Il consumo energetico superiore da parte delle colture tradizionali deriva in parte dall’uso intensivo di pesticidi e fertilizzanti chimici che sono vietati nei sistemi biologici.

In generale, i vantaggi cumulativi di varie pratiche biologiche, come il mancato utilizzo di fertilizzanti sintetici, il maggior apporto di sostanza organica compostata nel terreno, la riduzione delle emissioni agricole di anidride carbonica e il sequestro di carbonio da parte del suolo, hanno un potenziale di riduzione dei gas a effetto serra pari a 5.1-6.1 GT (miliardi di tonnellate) di anidride carbonica equivalenti.

Pertanto, è grazie alla conversione al bio, all’innovazione tecnologica ed energetica e all’uso di fonti rinnovabili che anche le imprese agricole potranno liberarsi dai vincoli dei combustibili fossili e cogliere la sfida dei cambiamenti climatici per la costruzione di un futuro sostenibile e contribuire in modo decisivo al raggiungimento degli obiettivi fissati nell’ultima conferenza sul clima di Parigi, COP21.

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Vincenzo Vizioli, Presidente Associazione Italiana Agricoltura Biologica (AIAB):

L’agricoltura è un’attività impattante energivora e complice dei cambiamenti climatici. Bene quindi un protocollo per migliorare l’efficienza energetica in agricoltura, ma questo non si deve limitare a biogas e bioenergie che sembrano essere il tema centrale.

Su queste va ribadito che le centrali a biogas devono lavorare su colture no food che rimettono in gioco territori definiti marginali. Il problema non si risolve con innovazioni su un modello che ha mostrato tutti i suoi limiti ma cambiando il modello produttivo e distributivo.

Serve un’analisi più profonda sui consumi a volte spropositati che il modello agricolo, definito impropriamente competitivo, propone, in particolare sui consumi di acqua. Qui la ricerca va spostata sulla selezione genetica e sul metodo di coltivazione.

L’agricoltura biologica mette sul tavolo il risparmio indiretto per il mancato uso di fertilizzanti e p.a. di sintesi che richiedono tanta energia nella fabbricazione e quello diretto dell’accumulo si sostanza organica nel suolo che è una riserva preziosa per l’equilibrio del suolo e delle colture. Ci aspettiamo da anni un impegno serio e sistematico sulla ricerca per il bio, ma continuiamo a verificare che le scarse poste economiche vanno sempre in altra direzione.

Redazione GreenBiz.it

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