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Rifiuti nucleari: una storia tutta italiana che da anni vede 90 mila metri cubi di scorie radioattive in stallo, senza che per ora ci sia un deposito ufficiale.

Il ritardo è a dir poco preoccupante, considerato che il condizionamento di quelli già presenti negli impianti nucleari avrebbe dovuto concludersi entro il 2010 e che nel 2012 era stato descritto in una fase poco più che iniziale.

Così siamo alla fine del 2016, tra dimissioni di AD, ripensamenti, decisioni mai prese e soprattutto un enorme problema per la salute e l’ambiente che non trova una soluzione certa.

Tuttavia il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, che ha ammesso ritardi e criticità nella gestione dell’intero processo del programma di gestione dei rifiuti radioattivi, ha dichiarato che nelle ultime settimane si sono finalmente create le condizioni per riprendere i lavori.

Avremo quindi un deposito sicuro entro un anno? L’abbiamo chiesto alle associazioni di categoria.

Monica Tommasi, Presidente Amici della Terra Italia:

Ovviamente no. L’opera potrà essere disponibile (se mai lo sarà, e purtroppo il dubbio è a questo punto tutt’altro che illegittimo) non prima di dieci anni. Va tuttavia precisato che, nelle previsioni fatte dal ministro Calenda, ad essere attesa tra un anno non è la conclusione della realizzazione dell’opera, ma solo la pubblicazione della carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitarla, la cosiddetta Cnapi.

Secondo la procedura e la tempistica indicate dalla legge, la carta, che è stata elaborata dalla Sogin e validata dall’Ispra a fronte dei criteri di localizzazione che l’Ispra stesso aveva preventivamente definito, avrebbe dovuto essere resa pubblica già da un anno (agosto/settembre 2015), ma i ministeri dell’ambiente e dello sviluppo economico, a ciò competenti, non hanno mai dato il necessario nulla osta.

Ora il ministro Calenda ha dichiarato gli intendimenti del governo: la Cnapi sarà resa nota solo a valle della consultazione pubblica sul Programma Nazionale (che le direttive comunitarie richiedevano fosse definito e trasmesso alla Commissione europea entro l’agosto 2015) e sul relativo rapporto ambientale. Dai tempi previsti per tale consultazione conseguono quelli di attesa, un anno appunto, per conoscere le aree del Paese preliminarmente candidabili alla localizzazione del deposito nazionale.

Secondo il ministro, questa diversa procedura garantisce la massima trasparenza, poiché con essa i cittadini disporranno di tutte le informazioni necessarie per valutare al meglio quanto verrà prospettato. Ma ciò, a questo punto, è quanto meno opinabile.

Sarebbe stato così se tale procedura fosse stata seguita sin dall’inizio, con l’elaborazione della Cnapi successiva alla discussione del Programma Nazionale. Ma ormai la Cnapi c’è, anche se gelosamente custodita dai ministeri. Posporre la sua pubblicazione alla definizione del Programma ha tutta l’aria di un nuovo espediente per rinviare a tempi migliori, e chissà, lasciare ad altri, una questione scomoda.

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Francesco Ferrante, Fondatore Green Italia, Vicepresidente Kyoto Club, Direttivo Legambiente:

La vicenda del decomissioning nucleare è una vicenda molto “italiana”, ma nel senso peggiore del termine. Non quello delle eccellenze che pure in questo Paese continuano ad esserci nonostante tutto, ma piuttosto di tutti quei difetti che non ci fanno onore: pressapochismo, pavidità, sprechi.

Come descrivere altrimenti il prolungarsi infinito, e il conseguente sperpero di risorse, che in questi 30 anni (dal primo referendum del 1987) ha impedito di affrontare con la dovuta accuratezza la questione dello smaltimento delle scorie nucleare.

Non solo quella relativa ai rifiuti nucleari ad alta intensità radioattiva, per i quali invero non è stata trovata soluzione in nessuna parte del mondo. La cosa grave che noi non abbiamo trovato soluzione nemmeno per quelli a bassa e media.

La mappa dei siti possibili dove allocare il relativo deposito di superficie preparata da Sogin e validata dal punto di vista tecnico dall’Ispra giace ormai da oltre un anno (sic!) in qualche cassetto di qualche ministero (tra Sviluppo Economico e Ambiente). Ben nascosta. Per paura di scatenare reazioni popolari incontrollate.

Nel frattempo Sogin, per la quale questo Governo ha impiegato mesi a sciogliere la paralisi dovuta allo scontro di vertice che ne ha paralizzato persino le attività ordinarie, ha buttato un altro po’ di soldi in una campagna “informativa” sostanzialmente inutile.

Un Paese e un Governo serio avrebbero dovuto al contrario spiegare bene la strategia di smaltimento, che per i rifiuti ad alta intensità non può che essere concordata a livello internazionale e che per quelli che provengono dagli ospedali, indispensabili in tante terapie e monitoraggi della salute, o per i materiali provenienti dalle vecchie centrali che hanno tempi di decadimento nucleari compatibili con un deposito di superficie controllato, quali precauzioni intende prendere per allocare il deposito in maniera sicura.

E invece in maniera irresponsabile lasciamo in giro quei rifiuti o peggio li teniamo a Saluggia in un’area soggetta a inondazioni!

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Giorgio Zampetti, Responsabile Scientifico Legambiente:

Ad oggi direi che è un obiettivo impossibile da raggiungere, visti i tempi e i modi con cui sta procedendo il percorso. A gennaio 2015 la Sogin ha consegnato all’Ispra la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee, la Cnapi.

L’Ispra, dopo un’attenta analisi, ha inviato la sua valutazione ai ministeri competenti. Questi ultimi entro la fine di agosto 2015 avrebbero dovuto comunicare la lista dei siti idonei a ospitare il deposito sui rifiuti nucleari pubblicando la Carta e avviare così la consultazione con i territori. Ma dai dicasteri non è arrivata mai nessuna risposta in merito.

Infine ancora oggi non è operativo l’Isin, l’ente di controllo governativo che dovrebbe controllare tutto il percorso, a partire dalla Sogin (che solo di recente ha rinnovato il suo Cda dopo diversi mesi di stallo).

Siamo convinti che nella partita della messa in sicurezza e dello smaltimento dei rifiuti radioattivi in Italia, è necessario e urgente realizzare un deposito unico nazionale di un certo tipo, che accolga solo scorie di bassa e media radioattività e non quelle ad alta radioattività.

In merito a quest’ultime, infatti, abbiamo sempre sostenuto che non possono essere gestite in Italia, nemmeno temporaneamente, ma come prevede la direttiva europea possono essere, invece, accolte in un deposito internazionale a livello europeo.

Serve però un percorso trasparente e che sia condiviso con i territori. Finora i troppi ritardi e la poca trasparenza ci fanno dire che siamo partiti con il piede sbagliato.

Roberta De Carolis

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