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Home restaurant: sì dalla Camera alla nuova legge, che ora passa al Senato. Restrizioni sui guadagni, sulle norme di sicurezza e assicurative e sulle qualifiche dei cuochi. Un quadro che assimilerebbe molto gli home restaurant a ristoranti veri e propri, paragone che però secondo gestori e utenti è decisamente improprio.

Il fenomeno è in qualche modo legato al boom della sharing economy, che, complice anche la crisi economica, ha visto il sorgere di molte comunità, dove i servizi vengono condivisi, passaggi in auto (Bla Bla Car), case (Airbnb), beni usati (Reoose), che mirano a portare avanti un nuovo modello di business non più basato solo sulla proprietà, ma anche sulla condivisione. Tra l’altro la Comunità Europea sta finanziando progetti che dimostrino la fattibilità di tali modelli.

La sharing economy ha quindi invaso anche il campo della ristorazione, con privati cittadini che aprono le porte di casa propria a nuovi commensali, spesso perfetti sconosciuti, cosa che con il tempo ha reso necessaria una regolamentazione.

In particolare le restrizioni, se il provvedimento passasse definitivamente, imporrebbero non oltre 500 coperti all’anno e 5 mila euro di guadagno, locali con agibilità e rispetto delle condizioni igieniche delle abitazioni, l’impossibilità di aprire l’home restaurant un b&b o in una casa vacanze, assicurazione sui rischi per i cuochi per la responsabilità civile verso i terzi per l’abitazione. Sarà inoltre obbligatorio che i cuochi non abbiano subito condanne penali e che il comune sia stato allertato sull’avvio attività.

Ma la legge, scritta così, uccide la sharing economy? L’abbiamo chiesto ad associazioni di categoria e diretti interessati.

Lino Stoppani, Presidente Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe):

È apprezzabile l’impegno che il Governo sta mettendo in campo per regolamentare al meglio un fenomeno in forte ascesa come quello degli home restaurant, sul quale abbiamo rappresentato in ogni sede i rischi economici, sociali e giuridici, che potrebbe generare, se non correttamente inquadrato.

Il provvedimento andrebbe a nostro avviso ulteriormente migliorato soprattutto per quanto riguarda le tutele per la salute dei consumatori, con l’obbligatorietà delle procedure Haccp sui temi della sicurezza igienico-sanitaria.

Il provvedimento, pur contenendo le citate debolezze, rappresenta un buon punto di partenza per la futura regolamentazione del settore, e apprezziamo la volontà e l'impegno di contrastare gli abusi e i rischi sottostanti, anche per salvaguardare i Consumatori e i rischi delle attività sommerse, con danni erariali ai lavoratori impiegati.

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Giambattista Scivoletto, fondatore di HomeRestaurant.com:

Uccide nella fattispecie l’Home Restaurant. Noi abbiamo realizzato un sondaggio, al quale hanno risposto gli aspiranti home restaurant, dal quale risulta che l’85% non aprirebbe se passasse la legge, con tutte le restrizioni che questa impone. Onestamente non capiamo il perché di questa manovra.

I sostenitori dicono di voler arginare il fenomeno dell’evasione fiscale, ma parliamo di attività che per la maggior parte non supereranno mai i 5 mila euro l’anno di giro d’affari, cifra al di sotto della quale il prelievo fiscale è nullo o minimo e di conseguenza l’evasione fisiologica, che sicuramente ci sarà, sarà in una percentuale altrettanto nulla o minima. Non è giustificabile un accanimento del genere solo con la scusa del controllo dell'evasione fiscale.

Se imponessero le stesse restrizioni ai ristoratori, che hanno un giro di 76 miliardi di giro d’affari annuo, non solo risanerebbero il debito italiano, ma anche la fame nel mondo. Il giro d'affari degli home restaurant (attualmente 7 milioni) è tale che con l’evasione recuperabile ci si paga invece a malapena una festa di paese.

 

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Cristiano Rigon, fondatore di Gnammo:

Questa è una legge fortemente voluta da insistenti attività di lobbying da parte delle associazioni di categoria che non hanno realmente compreso quanto l’home restaurant sia lontano dall’esperienza della ristorazione tradizionale e sia non avversario ma strumento di sviluppo del settore.

In particolare, il forte limite di “profitto” posto dalla legge a 5 mila euro sui proventi che si potranno ottenere con le attività di home restaurant, significa non aver compreso il potenziale della sharing economy, ma tutelare incondizionatamente una categoria a discapito di un’altra, misurandola su piani differenti.

Da una parte è senza dubbio positivo il fatto che esista una norma che regolamenti le attività di Home Restaurant, in quanto permetterà a tutti gli aspiranti cuochi di sperimentare la sharing economy senza paura di andare contro le autorità.

Di contro però, sarebbe stato più opportuno, come prima cosa, normare a livello quadro la sharing economy, negli aspetti condivisi da tutte le attività, per poi scendere, se e dove necessario, a specificare i paletti da mettere nei singoli settori.

Così com’è, la legge rischia di andare contro lo sviluppo, contro i suggerimenti della comunità europea, a favore di qualcuno. L’augurio è che il Senato sappia produrre una legge sufficientemente agile e snella, rispondente ai suggerimenti UE di non promulgare norme che limitino, ma che favoriscano lo sviluppo del mercato del social eating, limando ancora i forti vincoli presenti nel testo approvato alla Camera.

Roberta De Carolis

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