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#StopGlifosato, è partita lo scorso 8 febbraio la campagna europea di raccolte firme per ottenere il divieto di utilizzo dell’erbicida più usato al mondo. L’obiettivo è raggiungere un milione di firme in tutta Europa in modo da poter chiedere alla Commissione Europea il bando del prodotto.

Il pesticida infatti è presente in 750 formulati tra i quali il Glinet® e il Roundup®, ed stato definito potenzialmente cancerogeno dallo Iarc, l’Istituto per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Roundup®, tra l’altro, è stato proposto dalla Monsanto in abbinamento a sementi OGM che sviluppano resistenza a questo prodotto.

Contro il pesticida viene combattuta da almeno due anni una battaglia, che si è inasprita soprattutto alla notizia della fusione Bayer-Monsanto: il timore è che aumenti ancora l’utilizzo del glifosato nelle campagne, e che si intensifichi lo sviluppo delle colture geneticamente modificate (Ogm).

Nel nostro Paese – lo ricordiamo – vige ancora il divieto di coltivazione in campo degli Ogm, ma l’Italia ha detto sì in Europa all’autorizzazione di nuovi. La situazione, dunque, appare piuttosto preoccupante, e in tutta Europa ormai è iniziata una mobilitazione dal basso.

Qual è dunque il futuro dell’agricoltura sostenibile? L’abbiamo chiesto alle associazioni di categoria.

Vincenzo Vizioli, Presidente Associazione Italiana Agricoltura Biologica (AIAB):

Il futuro è sicuramente una scelta sul metodo, che garantisca la sostenibilità agricola. Noi continuiamo ad essere convinti che l’agricoltura biologica e biodinamica siano i metodi di agricoltura sostenibile.

Diversamente, continuare a baciare la crescita dell’agricoltura sull’ipertecnologia, sulle sementi che provengono non dalle esigenze dei contadini ma dalla scelta delle ditte sementiere, che propongono le sementi come risolutive, non è la strada corretta. L’uso delle sementi che richiedono un massiccio uso di pesticidi e concimi non è la strada che deve prendere l’agricoltura, altrimenti la sostenibilità resta un’idea molto vaga.

È partita ora questa campagna contro il pesticida dichiarato cancerogeno. La coalizione però lavora su questi temi da due anni, e ora sta raccogliendo le firme da presentare alla Commissione Europea.

Un obbiettivo è anche di chiedere alle regioni un atto coraggioso come quello fatto dalla Regione Calabria, ovvero di escludere dal premio chi fa uso del glifosato. Azione molto intelligente, perché non decide per l’Efsa o per la Commissione Europea sull’ammissibilità del glifosato, ma in qualche modo dice di non volere il prodotto sul suo territorio, non premiandolo.

È un passaggio che deve essere fatto in tutte le regioni. Questo però comporta un cambio radicale, perché temiamo presente che tutta l’agricoltura conservativa, cosiddetta integrata, si basa sui disseccanti e il disseccante più usato al mondo è il glifosato.

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Dino Scanavino, Presidente di Confederazione Italiana Agricoltori (CIA):

Bisogna ripartire per disegnare una mappa del nuovo sviluppo mondiale capace di soddisfare da un lato la richiesta di cibo e, dall’altro, di preservare le risorse naturali. Pratiche come il 'land grabbing', come la privatizzazione delle risorse idriche, come la riduzione delle specialità agricole a commodity, come il disconoscimento dell’origine dei prodotti agricoli e agroalimentari sono l’estrinsecazione di un modello di sviluppo che depaupera il pianeta e non risolve la questione alimentare.

La Cia è fermamente convinta che solo l’economia verde, e cioè un modo di produrre che incorpora il concetto del limite e contemporaneamente esalta le specificità territoriali e le identità colturali nel rispetto della biodiversità, sia la risposta possibile alla questione alimentare e debba essere il profilo della nuova agricoltura. Un’agricoltura intensiva ma rispettosa della biodiversità, un’agricoltura che si fa custode dell’ambiente e del patrimonio di civiltà che esso contiene e determina, un’agricoltura protagonista dell’intera filiera dal campo alla tavola non solo è ambientalmente sostenibile, ma può e deve essere economicamente sostenibile.

D’altra parte, oggi gli agricoltori si mettono sempre più in gioco nelle sfide urgenti che il nostro pianeta deve affrontare, modificando la propria condotta in chiave ecologica. Come Confederazione, non ci accontentiamo di fare proclami “green” ma da anni ci siamo dati un programma preciso che prevede il raggiungimento di obiettivi importanti: la riduzione del consumo di acqua e di fitofarmaci, così come delle lavorazioni superficiali dei terreni e, contemporaneamente l’aumento della produzione di biomasse e delle superfici a biologico.

Non solo. La Cia ha messo in campo progetti volti alla riduzione delle emissioni in azienda o alla loro compensazione: ottimizzazione dell’uso del suolo, lavorazioni ridotte, l’uso di colture a radice profonda, differenti tipi di set-aside, la copertura invernale dei terreni, la manutenzione dei terrazzamenti, le rotazioni migliorative. Senza dimenticare l’agricoltura integrata e biologica, appunto, che sono neutrali rispetto ai gas serra o, più spesso, hanno un bilancio positivo perché fissano più carbonio di quanto ne emettono.

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Federica Ferrario, Responsabile Campagna Agricoltura Greenpeace:

Il punto è: il male assoluto non è rappresentato da un’unica sostanza, il glifosato. Non dobbiamo bandire il glifosato e poi sostituirlo con un’altra sostanza chimica, ma modificare radicalmente le pratiche, sia nel campo agricolo che in quello della gestione delle aree verdi delle nostre città.

In molti Paesi, soprattutto nel Nord Europa, è vietato l’utilizzo dei diserbanti nella gestione del verde pubblico. Vengono per esempio usati sistemi meccanici per l’asportazione delle piante infestanti, o soluzioni tecniche differenti, come macchine che uccidono le piante da eliminare tramite il vapore.

In agricoltura il discorso è analogo: dobbiamo investire in ricerca, con aiuti e agevolazioni, affinchè si realizzi il cambio che ci tolga da questa dipendenza dalle sostanze chimiche, che ci sta portando sulla strada del non ritorno.

Se vediamo i dati dell’Ispra sulla qualità delle acque superficiali e di falda, vediamo che la contaminazione è ormai è sempre più presente e vasta, e che la sostanza che maggiormente supera i limiti di legge è il glifosato o le sue molecole di degradazione.

Siamo di fronte ad una situazione non più sostenibile: tracce di questa sostanza vengono trovate nel cibo, nelle bevande, nelle urine delle persone. La molecola è stata promossa come un pesticida a basso impatto, e all’inizio veniva definito come completamente biodegradabile, quando ormai sappiamo che chiaramente non è così.

L’allarme dello Iarc che l’ha classificato come probabile cancerogeno penso sia l’ultimo segnale per far capire che è necessario cambiare l’approccio al problema.

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Maria Grazia Mammuccini, portavoce della campagna StopGlifosato:

Il futuro dell’agricoltura sostenibile ha una stella polare: la conversione all’agricoltura biologica e biodinamica. Ormai questi metodi producono biodiversità, cibo più sano per i cittadini, ma anche più economia e più lavoro.

Ci sono quindi tutti gli elementi affinchè si vada verso metodi che usano l’agroecologia come fondamento per la gestione dell’agricoltura. Ma questo riguarda anche le aziende convenzionali: anche se non si convertono completamente, per molte pratiche dovranno rinunciare a quello che hanno utilizzato finora, perché l’impatto sull’ambiente e la salute è insopportabile.

Dovranno iniziare necessariamente ad introdurre pratiche agroecologiche, che risolvono molti problemi anche dell’agricoltura convenzionale. Per esempio ci sono molte macchine per il controllo delle colture arboree, che funzionano benissimo. Oltretutto, l’erba falciata lasciata sul suolo l’arricchisce di sostanza organica, della quale c’è tanto bisogno. 

Quindi è evidente che il futuro è del biologico e biodinamico, ma il convenzionale deve smettere di usare pratiche che non sono più sostenibili.

Roberta De Carolis

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