Menu

rifiuti supermercatoSacchetti di plastica. L'Italia ha precorso i tempi introducendo il bando degli shopper inquinanti, facendo scuola e ispirando il tentativo di portare a termine provvedimenti simili anche in tutta l'Unione Europea e in Gran Bretagna.

Eppure, nel reparto ortofrutta dei nostri supermercati i sacchetti sono ancora di plastica. Certo, qualche catena ha tentato di sperimentare soluzioni più sostenibili, ma c'è ancora molto da fare. Quali sono gli ostacoli all'uso di shopper biodegradabili e compostabili (ma anche delle sporte riutilizzabili o del retino di cotone) anche per frutta e verdura?

Andrea Di Stefano, direttore Comunicazione Business Novamont. "Non è tutto fermo, in realtà c'è grande fermento. Possiamo anticipare, a questo proposito, che stiamo per lanciare a brevissimo termine una sostituzione totale in un'importante catena, che partirà a livello locale per poi diffondersi a livello nazionale. Il Cic, Consorzio Italiano Compostatori, nelle sue analisi merceologiche sulla frazione organica rivela come uno dei fattori di inquinamento sia rappresentato proprio dai sacchetti non compostabili di frutta e verdura. La sostituzione potrebbe dare un forte contributo non solo alla sostenibilità ambientale, ma anche al miglioramento del compost. Per quanto riguarda gli ostacoli a una diffusione capillare nei reparti ortofrutticoli, certamente pesa la questione dei costi. Problema che, a nostro parere, potrebbe potenzialmente essere risolto se si scegliesse di far pagare il sacchetto ai clienti. Finora, però, la GDO la considera una soluzione impraticabile".

Claudio Mazzini, responsabile Sostenibilità, Innovazione e Valori Coop. "Innanzitutto una premessa: lo shopper dell'ortofrutta è un imballaggio necessario per la conservazione ed il trasporto della OF sfusa; attualmente, la legislazione vigente non interviene nella definizione delle caratteristiche che tale sacchetto deve avere, a differenza dello shopper per l'asporto delle merci, anche se la forma è la medesima, per il quale è contemplata una normativa specifica che prevede l'uso di materiale biodegradabile e compostabile ai sensi della UNI EN 13432 in quanto borse monouso (o usa e getta) per il trasporto delle merci. Per quanto volontaria, sulla eventuale estensione dell'uso di materiale biodegradabile e compostabile, Coop si è da tempo posta il problema ed ha avviato in alcuni punti vendita una sperimentazione che vede affiancati a PV shopper compostabili a quelli tradizionali. L'obiettivo prefissato è valutare la resa e le prestazioni dei materiali nell'applicazione di questo imballaggio e l'atteggiamento del consumatore, i primi risultati dei test sono attesi tra un paio di mesi; si aggiungeranno altre valutazioni importanti quali il costo (aspetto non trascurabile visto che è poco sostenibile economicamente) e l'approvvigionamento degli imballaggi in riferimento alla produttività/richieste quantitativi. Tutte permetteranno alle Cooperative di avere gli elementi per una scelta coerente alla tutela del consumatore".

Alberto Moretti, direttore marketing canali distributivi Conad. "Conad utilizza shopper biodegradabili ormai da anni. Pur non essendoci obblighi di legge, ha eseguito un test in alcuni punti di vendita della propria rete al fine di valutare la fattibilità dell'adozione di un sacchetto biodegradabile anche nei reparti ortofrutta. Al di là del fatto che il sacchetto oggetto del test si presentava più opaco di quello in polietilene – e quindi meno trasparente; cosa per altro ovviabile in sede di produzione –, il prodotto si è rivelato economicamente molto oneroso, tanto che ad oggi non risulta che alcuna catena della moderna distribuzione lo abbia adottato. Sono quindi state valutate soluzioni alternative, come lo shopper in rete. Allo stato attuale nelle bilance la tara è predisposta per il sacchetto in polietilene e il ricorso a quello in rete richiede la riprogrammare di tutte le bilance. Cosa che per oltre tremila punti di vendita a insegna Conad non è di facile e immediata attuazione, con costi e tempi di intervento particolarmente onerosi".

Silvia Ricci, responsabile campagne ACV, Associazione Comuni Virtuosi. "La necessità di rallentare il cambiamento climatico e gli scenari catastrofici conseguenti ad un aumento di 4° di temperatura impongono cambiamenti radicali dei modelli di produzione e di consumo attuali. Tutti i modelli di consumo che presuppongono uno spreco di risorse, a qualsiasi livello del ciclo di vita di un manufatto piuttosto che di imballaggio o di un servizio, vanno ripensati attraverso l'innovazione. La comunità scientifica concorda sul fatto che la quantità di gas ad effetto serra emessa, così come il livello attuale di prelievo di risorse dai sistemi naturali, andrebbero dimezzati. L'usa e getta è un lusso che non possiamo più permetterci se non realmente necessario. Anche il consumo di sacchetti ortofrutta deve essere pertanto ridotto, affiancando al monouso opzioni riutilizzabili che ogni insegna GDO può sviluppare, a seconda della presenza di operatori nel reparto o meno. Per stimolare GDO e consumatori sensibili abbiamo lanciato nell'ambito della campagna Porta la Sporta l'iniziativa Mettila in rete, che è anche oggetto di una delle 10 mosse di una campagna più recente "Meno rifiuti più benessere". Eloquente il claim di una campagna di Whole Foods un'insegna GDO USA, paragonabile alla nostrana NaturaSì e Cuorebio, "Make Change, Not Waste"".

Marco Versari, Presidente Assobioplastiche. "Andiamo dritti al punto: la questione è che i sacchetti in plastica tradizionale costano poco. Sostituirli con un prodotto compostabile, che costa di più, significa interferire con l'attuale modello di distribuzione ai clienti: oggi i sacchetti sono gratuiti e a essere pagata sono solo la frutta e la verdura in essi contenuta. Tecnicamente la Gdo è pronta per la sostituzione, ma serve quello slancio in più che non la penalizzi nei confronti dei clienti. Per vedere ii sacchetti compostabili anche nel reparto ortofrutta ci vuole uno sforzo collettivo verso un approccio diverso. I cittadini dovrebbero essere educati a dare un valore a questo prodotto, pagandolo. Solo creando consapevolezza, si potranno sviluppare prodotti diversi da quelli convenzionali, che abbiano un valore di fine vita e non inquinino".

Roberta Ragni

LEGGI anche:

Sacchetti di plastica: la Gran Bretagna impara dall'Italia. Al via la tassa anti-inquinamento

Sacchetti di plastica: la Commissione europea apre al divieto

Packaging: 10 azioni per ridurre i rifiuti da imballaggio nella Gdo

GreenBiz.it

Network