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Era il 10 luglio 1976 quando il reattore della Icmesa scoppiò. 2-3 kg di diossina fuoriuscirono ma la popolazione di Seveso fu avvertita soltanto una settimana dopo. Oggi la situazione dei fiumi lombardi non è ancora al meglio e, a distanza di 40 anni, Peacelink fa il paragone con le condizioni di Taranto e della popolazione che risiede nei pressi dell’Ilva.

Quel giorno a Seveso e nei dintorni le persone si erano accorte che qualcosa non andava. Odori strani, poi gli animali morti, il triclofenolo che bruciava la pelle e i prati. Vene delineata la cosiddetta Zona A, presidiata dai soldati per mesi.

Ma gli abitanti vennero informati a dovere dell’accaduto soltanto dopo una settimana, dopo aver attraversato quella zona più volte.

Uno scenario che, per Alessandro Marescotti di Peacelink, innesca un parallelo con le conseguenze dell’Ilva: “Un confronto con Taranto. A Seveso il ritardo dell'informazione si misura in giorni, a Taranto si misura in anni. Della diossina a Taranto si è saputa l'esistenza non perché lo ha comunicato il governo o la ASL ma perché lo ha comunicato PeaceLink, con tutto il rischio di una simile comunicazione. Ancora oggi nel quartiere Tamburi la popolazione apre le finestre, entra la polvere. Nessuno viene informato che può entrare la diossina. E per la strada ci sono i banchetti di vendita della frutta e della verdura”, scrive il presidente dell’associazione in un editoriale.

In particolare, in alcuni giorni, come il 28 giugno scorso, i cosiddetti “wind days” accade che il vento estivo porti nelle case le polveri mischiate con la diossina. Piombo e altre sostanze cancerogene vengono inalate, senza contare ai bambini che toccano dappertutto e poi mettono le mani in bocca.

Ma nessuno avverte i cittadini dei rischi di questi giorni, come richiesto invece da ASL e ARPA. Il sindaco tace, tutti tacciono, fa notare Peacelink.

In Lombardia intanto si protrae una situazione che genera una continua infrazione segnalata dall’Ue. Era stato chiesto di portare i bacini idrici a livello “buono” entro il 2015 ma ancora 112 casi sono critici su 561. Gli osservati speciali sono Olona, Seveso-Certesa e Lambro, bersaglio di scarichi, inquinanti, collettori fognari e depuratori non sempre funzionanti o addirittura inesistenti. E a causa loro anche il Ticino, nel quale si riversano, manifesta segnali di contaminazione.

Anna Tita Gallo

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