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dissipatorefiladRidurre velocemente e con pichi sforzi i rifiuti nelle città. Una chimera? Tutt'altro, e a dimostrarlo è stata Philadelphia che ha utilizzato uno speciale dissipatore che in appena due settimane ha ridotto il 25% dei rifiuti organici prodotti in città.

Ciò ha permesso al Sindaco di Philadelphia Michael A. Nutter e alla sua amministrazione di raggiungere importanti risultati in termini di sostenibilità. In totale, la città americana ha infatti raggiunto il suo obiettivo riducendo di oltre 19.000 tonnellate la quantità di rifiuti alimentari. E in termini economici la città ha risparmiato oltre un milione di dollari.

Una storia iniziata nel 2012, grazie alla collaborazione tra il sindaco Nutter, la sovrintendente dello Street Department Clarena IW Tolson e InSinkErator che insieme hanno lanciato il progetto pilota “Clean Kitchen, Green Community”, volto a incrementare l'uso dei dissipatori alimentari.

E i cittadini ne hanno recepito l'importanza: i residenti di due aree dove la gestione dei rifiuti era considerata particolarmente difficile, West Oak Lane e Point Breeze hanno partecipato attivamente, grazie anche all'installazione gratuita del dissipatore, accompagnata però da un programma di educazione civica.

I risultati non si sono fatti attendere. Dopo appena tre settimane e 200 dissipatori installati, le strade dei due sobborghi erano già più pulite mentre a sei mesi dall'avvio del progetto, la quantità di rifiuti organici prodotti si era ridotta di oltre il 30%. Per dare un'idea, pari a un sacco di spazzatura in meno alla settimana. Meno insetti e sporcizia per le strade, accompagnate da un risparmio economico non da poco.

Le gestione dei rifiuti organici infatti ha un costo non indifferente. Basti pensare che in Italia il costo medio per il trasporto è di circa a 50 € annui per famiglia.

Ancora oggi, secondo i dati Ispra, nei 28 Paesi dell'Unione il 15% dei rifiuti urbani gestiti da tutti gli Stati membri è avviato a compostaggio, il 28% a riciclaggio, mentre il 24% è avviato a incenerimento. Il 33%, infine, è smaltito in discarica.

Un'abitudine poco diffusa in Italia, al contrario degli Usa.

Francesca Mancuso

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