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bio-shopperLo stop ai sacchetti di plastica potrebbe avere enormi ripercussioni sul nostro sistema sociale ed economico. Ne è convinta Fareambiente che, nel corso di un’audizione in commissione Ambiente alla Camera, si è schierata contro l’articolo 2 del decreto che vieta l'uso di sostanze chimiche nelle shopper.

"Da un calcolo approssimativo per difetto del centro studi del Comitato Nazionale Plastiche Biodegradabili abbiamo quantificato oltre 2000 aziende italiane costrette a chiudere se dovesse essere approvato l'art. 2 del decreto Rifiuti relativo ai sacchetti di plastica biodegradabile – ha affermato in audizione Marco Banini, del Comitato di Fareambiente - Il totale dei posti di lavoro che si perderebbero superano le 20.000 unità, a fronte di non oltre 1.000 unità che potrebbero crearsi".

Così come già dichiarato in passato, Fareambiente è sceso in campo contro quanto previsto dalla norma EN 13432 e in particolare contro l’uso di bioplastiche derivanti da prodotti alimentari (come l’amido di mais), il divieto di utilizzo di additivi e la definizione dei criteri di biodegradabilità delle shopper bio.

Il vicepresidente nazionale Erica Botticelli ha dichiarato che "Secondo l'Ispra l'utilizzo di amidi per la produzione di plastiche biodegradabili - utilizzati soltanto nel Mater-Bi della Novamont - sarebbe più dannoso per l'ambiente fino a dieci volte e più tossico per l'uomo fino a 5 volte la tossicità delle normali plastiche biodegradabili prodotte con additivi certificati biodegradabili”. Nel corso della conferenza Stato-Regioni, l'Ispra avrebbe precisato che “la 13432 non serve a definire la biodegradabilità in generale ma soltanto la biodegradabilità in centri di compostaggio industriali – ha aggiunto Erica Botticelli - Significa che se dispersi nell'ambiente o trattati in altro modo (riciclaggio, compostiere condominiali, discariche e ogni altra forma prevista dalla direttiva rifiuti) non assicurano la biodegradabilità”.

Il movimento Fareambiente denuncia poi un presunto conflitto di interessi tra la Novamont, unica produttrice di sacchetti con bioplastiche di mais Mater-Bi, e il Cen, il Comitato europeo di normazione che ha varato la norma europea di riferimento.

Si tratta dell'instaurazione di un monopolio nella produzione dei sacchetti biodegradabili – ha dichiarato Marco Banini - È ancora più grave se si considera che nell'azionariato dell'unica azienda in grado di produrre i sacchetti secondo le specifiche indicate (Mater Bi Spa) figurano tra gli altri Banca Intesa (socio di maggioranza) ed alcune società estere portoghesi, di Malta e del Lussemburgo. – Inoltre, prosegue - C'è una coincidenza strana: la norma tecnica non giuridica presa a riferimento EN 13432, è stata varata dal Cen, struttura belga che si avvale dello staff di Novamont, ovvero del nuovo monopolista”.

Per Fareambiente, quindi, risulta indispensabile l’individuazione di un istituto scientifico terzo che possa effettuare una valutazione più oggettiva e attendibile riguardo i possibili danni alla salute e all’ambiente che la dispersione dei sacchetti biodegradabili potrebbe arrecare. Inoltre, in commissione Ambiente del Senato è già stato proposto un emendamento per scongiurare i rischi prospettati e bloccare l’approvazione dell’articolo 2 del decreto rifiuti.

Annalisa Tancredi

GreenBiz.it

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