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bio shopper maggioSi torna a discutere del divieto, in Italia, di produrre sacchetti di plastica non biodegradabili. È arrivata infatti una seconda lettera di richiamo al nostro Paese, la prima risale a luglio 2011, da parte della commissione Europea, che contesta all'Italia la legge che vieta di produrre e commercializzare sacchetti di plastica non biodegradabili a partire dal primo gennaio 2011.

Secondo il Consorzio CARPI, rappresentante di alcune delle principali realtà operanti nella raccolta e nel riciclo degli imballaggi in plastica terziari, il divieto di commercializzazione dei sacchetti di plastica non biodegradabili da parte del governo italiano, sia in aperto contrasto con le regole di una qualsiasi economia di mercato che si definisca libera.

Non è infatti necessario l'intervento dell'Unione Europea, che punta a colpire ancora una volta le troppe criticità di adeguamento del nostro sistema legislativo a quello comunitario, per capire che il bando dei sacchetti di plastica non può essere l'origine di tutti i mali contro l'inquinamento, spiega una nota del consorzio. Imporre la commercializzazione o meno di un prodotto, a favore della salvaguardia e tutela ambientale, deve essere il risultato di una scelta mirata, altamente studiata e non dettata da scelte di convenienza, continua la nota.

Ma non è tutto. Il decreto interministeriale in esame prevede infatti degli spessori precisi in base all'utilizzo finale dei sacchetti stessi. Come a dire che un qualsiasi produttore di sacchetti in plastica tradizionale oltreconfine, dovrebbe prevedere la produzione dei suoi prodotti con più spessori in base alla tipologia di cliente del suo rivenditore in Italia. Questo vincolo di produzione, impossibile da rispettare, causerebbe un ulteriore limite sia alle aziende italiane sia alle poche società estere che ripongono ancora un minimo di fiducia nel nostro sistema legislativo e politico, spiega il consorzio.

CARPI contesta quindi non tanto l'oggetto del bando, ossia i sacchetti di plastica tradizionali, quanto le modalità con cui l'amministrazione pubblica ha deciso di operare, più precisamente senza effettuare i dovuti accertamenti per valutare il possibile danno economico e sociale che si andava generando.

Scelta, quella di mettere al bando i sacchetti di plastica tradizionali, effettuata sulla base di una tutela ambientale non quantificabile e tantomeno certa, ma solamente guidata da una eccessiva preoccupazione generale, che ha portato il nostro sistema politico a essere incapace di compiere scelte adeguate e in linea con i principi europei, conclude il consorzio.

Redazione GreenBiz.it

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